home » cultura » L’uomo che inventò il cucchiaio

L’uomo che inventò il cucchiaio

25 June 2012versione stampabile

Christian Elia

Che cos’è il genio? È fantasia, intuizione, decisione e velocità d’esecuzione. Lo diceva il Perozzi, in Amici miei, saga geniale, senza dubbio. Lo si può dire di Andrea Pirlo, il metronomo che si è fatto uomo per regalare un sorriso a questa Italia impoverita e spaventata dai tedeschi, che si parli di spread o di Schürrle.


Era il momento peggiore, quello della disperazione. Quello in cui sai che meriti una vittoria, hai fatto tutto quello che dovevi fare, ma non hai ottenuto nulla. E dopo centoventiminuti di rabbia e passione, lucidità e applicazione, ti trovi con un pugno di mosche. Anzi, peggio. Perché arriva la tonnara dei rigori, e Montolivo sbaglia. Allora davvero qualcuno ce l’ha con te. Il peggio è dietro l’angolo. Ma verso il dischetto avanza Pirlo, uno che al genio dà del tu. Decide di dare un segnale: gli tiro il cucchiaio.

Ora tutti qui a disquisire se è più opportuno ‘scavetto’ o ‘cucchiaio’, ma diciamo la verità, che importa? Conta che ha dato un segnale forte e chiaro. Siamo più forti. Crediamoci, facciamolo capire agli inglesi, e vinceremo. L’ha fatto e ha svegliato tutti: la sfortuna gioca sempre con chi perde.

Era stato così anche nel 2000, ancora Europei, semifinale Italia-Olanda. A casa loro, lo stadio una bolgia orange, gli azzurri in dieci uomini per quasi tutta la partita (espulso Zambrotta). Ieri abbiamo dominato ma stavamo per perdere tutto. All’ora ci eravamo difesi come Stalingrado. E Totti, un altro che con il genio ci è cresciuto, ha deciso: ”Mo je faccio er cucchiaio”. L’ha fatto e ha dato un segnale: ci hanno messo sotto, ma c’è ancora una possibilità. Abbiamo vinto anche allora.

Ma da dove arriva questo benedetto cucchiaio? Viene dall’est, dalla Repubblica Ceca e dalla Slovacchia, anno 1976. E allora era Cecoslovacchia e basta. Un uomo, che più anni settanta non si può, si avvicina al dischetto. Si chiama Antonin Panenka. Capelli lunghi, baffoni folti. Ancora Europei, come fosse una specialità della casa. Si gioca a Belgrado, come la Cecoslovacchia non esiste più neanche la Jugoslavia che all’epoca ospitava la fase finale del torneo.

La Germania, invece, anche se all’epoca era Ovest, c’è sempre e arriva sempre in fondo. Sembrava una finale scontata: Germania Ovest – Cecoslovacchia, i crucchi ne faranno un sol boccone. E invece no. Partono a razzo i cecoslovacchi, in vantaggio di due reti al 25 minuto del primo tempo, reti di Švehlík e Dobiaš. Solo che i tedeschi non mollano mai e, all’ultimo minuto, acchiappano il pareggio con reti di Müller e Hölzenbein.

Supplementari, rigori. Parità, rigori. Che sono come la roulette russa di Il cacciatore di Michael Cimino. Un colpo solo. Uli Hoeness, monumento del calcio tedesco, spara in cielo. Antonin Panenka, sa che è il suo momento. Di fronte a lui un altro monumento del calcio: Sepp Meier. Antonin si sente piccolo da morire, lui e la sua Cecoslovacchia, che non ha vinto nulla, al cospetto di uno dei calciatori e delle rappresentative nazionali più vincenti di sempre. Tira il cucchiaio, sorprendendo Meier, con qualcosa che non si era vista mai.

“Se lo avessi sbagliato mi avrebbero mandato a lavorare in fabbrica per trent’anni di fila”, raccontò anni dopo. Ma non ha sbagliato. Oggi Panenka è il presidente del Bohemians, squadra di Praga nella quale da giocatore ha militato per anni. Il suo nome, in patria, è una leggenda. Nel mondo, appassionati del pallone a parte, no. Ma il cucchiaio è così: un attimo. Una sospensione del tempo, un volo leggero, che blocca il fiato. Guardi la palla e non parli, perché è sempre e comunque dannatamente lenta. Il genio, però, è così. Serve per creare attimi che durano per sempre.