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Cina, nell’era dell’immigrazione

28 June 2012versione stampabile

Gabriele Battaglia,
da Pechino
@Chen_the_Tramp

Bella scoperta, verrebbe da dire. Nel suo International migration outlook 2012, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo rivela che un bel po’ di gente sta prendendo la via della Seta in direzione contraria.
Se infatti nel 2010 il 30 per cento dei flussi migratori verso i Paesi Ocse è stato costituito da migranti asiatici (soprattutto indiani e cinesi quelli qualificati), e se “nel breve periodo l’Asia resterà una fonte di lavoratori altamente preparati”, nel lungo periodo, visto il suo sviluppo accelerato, “produrrà un numero ancora maggiore di giovani formati ma queste persone tenderanno a restare nel continente d’origine e l’Asia attrarrà lavoratori qualificati dalle altre zone del mondo”.
Insomma, la gente va dove c’è lavoro e, dato che il baricentro della ricchezza si sta spostando verso Oriente, nuovi flussi migratori, con conseguente travaso di intelligenza e anche di problemi, prenderanno quella direzione. Stupefacente.

GOH CHAI HIN/AFP/Getty Images

Chi in Asia da “lavoratore migrante (più o meno) qualificato” c’è già, probabilmente, avrà già avuto sentore del fenomeno epocale. Non solo perché in intere zone di Pechino, giusto per fare un esempio, si incontrano più cosciotte biancastre che sul lungolago di Zurigo; e neanche perché per comprare la tua marmellata d’arance preferita non devi per forza andare a cercare un supermercato per laowai: basta il cinesissimo WuMart dell’angolo.
Il fatto è che cominciano a piovere le rogne e si rischia di restarci presi in mezzo.

Da un paio di mesi, per esempio, una “Bossi-Fini secondo caratteristiche cinesi” è sulla bocca di tutti e parecchio nell’aria.
Tutta colpa dei soliti ubriaconi inglesi, saremmo portati a dire, perché qualche tempo fa un tizio con passaporto britannico ha pensato bene di molestare una ragazza cinese fuori da una fermata di metropolitana. Da allora, ti sembra di essere guardato con un po’ meno curiosità e con un po’ più di rancore. I vecchi fantasmi del “secolo dell’umiliazione” sono sempre pronti a riaffiorare.
Tutta colpa dei soliti negri, verrebbe ancora da dire, perché a Guangzhou (Canton), dopo un oscura vicenda di soprusi polizieschi in cui c’è scappato il morto, l’intera comunità nigeriana è insorta scontrandosi con la polizia. Una comunità nigeriana in Cina? Sissignori. Siamo o non siamo al centro del mondo?

Ma in realtà entrambe le storie rivelano un problema più profondo. La Cina, per la prima volta nella sua storia, si trova a gestire flussi di migranti che arrivano invece di partire.
Così, in caso non ci fossimo sufficientemente immedesimati nella scomoda vita degli immigrati di casa nostra, qui possiamo cominciare a farlo in presa diretta.
La prima misura restrittiva arriverà con la riduzione della durata minima dei certificati di residenza per lavoro: da 180 a 90 giorni. In pratica, ogni tre mesi ci sarà un controllo: stai lavorando davvero o fai il furbo? E se per caso qualche impresa cinese, magari dietro compenso sottobanco, ti ha procurato una falsa certificazione del fatto che lavori per lei, ecco la multa: 10mila yuan (1.250 euro al cambio odierno) e l’obbligo a coprire le spese per il rimpatrio del clandestino.
Queste misure, ormai imminenti perché allo studio del Comitato permanente del Congresso nazionale del popolo, arrivano nel corso della cosiddetta “campagna dei 100 giorni”, lanciata immediatamente dopo il tentativo di stupro a Pechino.

Tutto sommato, appaiono parecchio soft. La strategia sembra per ora quella di lanciare un segnale e rendere la vita un po’ più scomoda a tutti. Secondo il South China Morning Post, l’urgenza è dettata “per la preoccupazioni che il comportamento di alcuni espatriati abbia portato a un aumento di sentimenti ostili contro gli stranieri”. Come a dire: “Amici laowai, lo stiamo facendo per voi, non vorremmo esplodesse una nuova rivolta dei Boxer, prendetevela con quell’inglese infoiato”.
Secondo Global Times, “nascondere il problema sotto il tappeto non è un’opzione. Ma non è necessario considerare l’intera comunità di stranieri come un fattore negativo”. Un  tranquillizzante cerchiobottismo di matrice ufficiale che ricorda un po’ i tempi della rivolta tibetana (2008) e poi uigura (2009): mentre si prendono da un lato le “misure necessarie”, dall’altro si placano gli animi degli sciovinisti han infuriati contro i “diversi” (a quei tempi, lo si faceva con la puntuale censura dei commenti più razzisti e violenti che comparivano su internet).

Dopo tutto, secondo quanto rivela una fonte anonima allo stesso Global Times, “dopo essere restati per novanta giorni, gli espatriati avranno la possibilità di fare domanda per un permesso di residenza che va dai 180 giorni ai cinque anni, e questo farà risparmiare loro la metà del tempo di cui avevano bisogno in precedenza”.
Altrimenti detto: se sei qui a produrre effettivamente reddito, ti srotolo il tappeto rosso.
Su questo punto il paragone con la Bossi-Fini si fa forse più calzante, almeno sul piano dei principi ispiratori: se sei utile alla Cina, resti. Anzi, ti rendo anche la vita più facile. Se invece sei qui “per provarci”, senza sapere bene come e, soprattutto, senza che se ne veda un ritorno per noi, te ne vai e anche abbastanza in fretta.

La legge è uno strumento subordinato non a principi universali, bensì all’interesse del Paese (o di qualcuno). Questo è molto cinese, ma non solo. Come abbiamo visto, la vecchia Europa, culla dei diritti universali, c’è arrivata ben prima.
E poi lo fanno per noi: non vorrebbero mai che fossimo presi a mannaiate in un hutong pechinese.