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Filippine, la strage silenziosa

28 June 2012versione stampabile

Lo hanno ucciso sparandogli da un’auto in corsa. Così è morto Alijol Ampatuan. L’assassinio risale allo scorso febbraio ma solo oggi si è saputo che la vittima era coinvolta, in qualità di testimone, in un processo che da due anni scuote le Filippine. Alijol è il sesto testimone che viene fatto sparire come se nulla fosse. Una sequenza di omicidi che serve a intimidire le altre persone che hanno deciso di parlare, quelle che potrebbero far luce sul massacro di Maguindanao, del 2009, quando 57 persone vennero rapite e giustiziate da un commando armato che, secondo la ricostruzione degli inquirenti, avrebbe fatto capo al potente cartello degli Ampatuan. Alijol Ampatuan era sì imputato ma aveva anche fatto sapere di avere cose interessanti da raccontare su quella mattanza rimasta impunita.

Una carneficina con evidenti implicazioni politiche. Ventisei delle 57 vittime infatti appartenevano alla famiglia Mangudadatu, rivale diretta degli Ampatuan, ai quali contendevano il governatorato della provincia. Quel 23 novembre, con la carovana dei Mangudadatu viaggiavano anche 31 operatori dell’informazione, tra giornalisti, fotografi e cameramen. Il gruppo fu fermato in autostrada da un commando e sequestrato. Più tardi le 57 persone furono passate per le armi. Si è trattato del peggior agguato contro giornalisti che si sia mai registrato al mondo. Il governatore del Maguindanao, Esmael Mangudadatu, che quel giorno perse la moglie e altri parenti, si è detto molto preoccupato sulle ripercussioni sul processo, iniziato nel 2010, anche se ha aggiunto che “l’accusa dispone di prove solide e molti altri testimoni”.

Un gruppo che si batte per la difesa dei diritti umani, Karapatan, ha accusato l’attuale amministrazione filippina, guidata da Benigno Aquino, di non aver fatto nulla per fermare, arrestare e punire coloro che si sono resi colpevoli di omicidi ed esecuzioni extragiudiziali durante il precedente governo di Gloria Arroyo. Non solo debolezza o inazione, al presidente Aquino e ai suoi ministri vengono attribuite le conseguenze del cosiddetto piano Oplan Bayanihan, per la lotta contro le insorgenze e i gruppi armati che operano all’interno delle Filippine, che si sarebbe tradotto in circa 76 omicidi extragiudiziali e in migliaia di sfollati a causa delle operazioni antiterrorismo in aree come il Maguindanao, Samar e nel Tagalog meridionale. E intanto le uccisioni dei testimoni continuano. Tre mesi fa era stato ucciso Esmail Amil Enog, che aveva ammesso di aver condotto sul luogo della strage del 2009 decine di killer dall’abitazione di uno dei principali indiziati. Tra le vittime c’è anche Andal Ampatuan senior, il patriarca, che avrebbe dato al figlio l’ordine di trucidare gli avversari.