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Quando l’Italia batte la Germania

29 June 2012versione stampabile

Se sei un italiano a Berlino la notte della semifinale degli Europei, una certa tensione inevitabilmente la respiri. E qualche precauzione logistica, per così dire, vien da prenderla. La partita non è che la vai a vedere alla Porta di Brandenburgo, ecco. Ma per non sentirsi troppo soli, una pizzeria italiana nel quartiere turco di Kreuzberg è un buon compromesso.

Sono le sei e Berlino è in subbuglio. Tra due ore e mezzo la Germania sfiderà l’Italia e le bandiere sono dappertutto. Sventolano dai finestrini delle macchine in corsa, dai balconi, sono disegnate sulle guance dei passanti. Tutta la città sembra impaziente di sfatare la maledizione di quel nemico storicamente imbattuto e puntualmente sbeffeggiato.

Dal tavolo affianco, un signore tedesco dagli occhi di ghiacchio sferza la sua previsione: “Uno a zero per la Germania”. E intanto i giocatori scendono in campo a Varsavia. Palla all’Italia e si comincia. Nel frattempo arriva anche la pizza.

Per un po’, nel locale, l’euforia delle controparti si confonde in un unico, omogeneo tumulto. Quelli che tirano forte e gli altri che parano bene e poi viceversa. Tutti ad esultare solidamente per l’azione brillante della propria squadra. Ma questa sincronia dura solo pochi minuti. Circa venti. Finché il colpo di testa di Balotelli porta in vantaggio l’Italia. E poi il suo destro al raddoppio. E lì ti rendi conto di quanti pochi italiani bastino per sembrare una folla impazzita, mentre la vittoria si consuma ancora come una profezia.

Dopo poco piú di novanta minuti, Berlino si raccoglie nella sua consueta compostezza. La città piomba nel silenzio e anche noi ne prendiamo parte. Un po’ per rispetto e un po’ per galanteria. Un po’ anche perché siamo rimasti afoni.

Sulla stada del ritorno, un uomo solo prende coraggio. Anziano, nero caraibico, con la fronte alta e i rasta che gli incorniciano il viso. Ha una chitarra e inizia a suonare una canzone di Bob Marley di cui cambia le parole. “No, Deutscheland no cry…” e lo ripete fino al ritornello. Ha una voce dolce e bellissima. E al momento di girare il suo cappello a qualche moneta, si ferma davanti a un ragazzo sconsolatissimo. E glielo ripete ancora: “No, Deutscheland no cry”. Quello non sembra neppure sentire ma lui non molla. “È solo un gioco dopotutto”.

One Response to Quando l’Italia batte la Germania

  1. Andrea

    29 June 2012 at 14:16

    Ma Kreuzberg da quando è diventato un quartiere turco? Mah.