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Algeria, giocare per la libertà

2 July 2012versione stampabile

Christian Elia

Sembra di vederli, stretti nelle giacche lise, immortalate da Gillo Pontecorvo ne La Battaglia di Algeri. Mani che si stringono, mani che torcono per il nervosismo, milioni di sigarette. Soummam è un posto piccolo, ma di quelli che sanno farsi eterni. Anno 1956, la situazione in Algeria è rovente non solo perché è agosto. Il colonialismo francese, come un animale ferito, sente la fine vicina e mostra il suo volto più duro.

A Soummam, nella Cabilia ribelle che la Francia non ha potuto piegare mai, si tiene il congresso del Fronte di Liberazione Nazionale (Fln). C’è da preparare uno stato, prima che esista uno stato. L’Algeria sarà indipendente, bisogna farsi trovare pronti all’appuntamento con la storia. La piattaforma di Soummam sarà la base su cui costruire la casa del futuro, le fondamenta dell’Algeria libera e indipendente. Si discute di tutto, dall’organizzazione del futuro alla pianificazione della propaganda per la causa indipendentista. Studenti e lavoratori si costituiscono in associazioni, il programma è denso. Tra tutti, due uomini, un po’ in disparte. Non sarà facile, tra tanti problemi, convincere i grandi capi della Resistenza che anche il calcio può fare la sua parte.

Ne sono convinte due vecchie glorie del calcio algerino: Mohammed Boumezrag e Mokhtar Laaribi, quest’ultimo allenatore dell’Avignone, nel campionato di calcio francese. Devono convincere il Fln che anche una rappresentativa di calciatori può girare il mondo, perorando la causa dell’indipendenza algerina. Ci riescono. Anche perché i capi hanno avuto un assaggio della potenza del messaggio globale del pallone, che proprio in quegli anni diventava fenomeno di massa. A Berna, nel 1954, durante i campionati di calcio, il Fln aveva annunciato l’insurrezione armata contro la Francia. Pochi mesi prima di Soummam, inoltre, nel maggio 1956, un cartellino rosso era diventato il detonatore della rabbia algerina.

Finale della Coppa Nordafricana, torneo tra formazioni del Maghreb occupato dai francesi. In finale arrivano due formazioni della stessa città dell’Algeria: Sidi Bel Abbès. Sono lo Sporting, formazione dei pied noirs (i coloni francesi) e l’Union, formata da musulmani. Il capitano dello Sporting si vede annullare la squalifica prima del match decisivo, la rabbia degli algerini è enorme. Ennesimo sopruso, regole violate dall’occupante, boicottaggio delle squadre composte da tunisini, algerini e marocchini.

Boumezrag e Laaribi sono determinati: creare una squadra che giri per il mondo portando all’attenzione di tutti le condizioni di vita degli algerini. Nessuno meglio dei campioni algerini che giocano in Francia possono riuscirci, perché aderire a questo team significava perdere gli ingaggi che garantiva il campionato francese. Nessuna delle stelle algerine della Ligue 1, il camionato d’oltralpe, si tira indietro. Aderiscono al progetto il grande Mekloufi, del Saint-Etienne, Zitouni, del Monaco, Maouche, dello Stade-Reims e Ben Tifour del Monaco. Alcuni di loro erano nella lista del commissario tecnico francese per i prossimi mondiali in Svezia, previsti nel 1958, eppure non si erano tirati indietro.

L’appuntamento per tutti è a Tunisi, dove il presidente Bourghiba, dopo aver portato all’indipendenza il suo Paese nel marzo 1956 era diventato il protettore politico dei vertici del Fln. I giocatori e i tecnici si lanciano nell’impresa, in gran segreto, di raggiungere la Tunisia. Ci vogliono due anni, ma alla fine un gruppo, passa il confine francese in macchina e, dall’Italia, si imbarca per il Nord Africa. Un altro gruppo, in treno, raggiunge la Svizzera e prende un volo per la Tunisia. Ce la fanno tutti, tranne il povero Maouche, che faceva il servizio militare. Lo arrestano e con l’accusa di diserzione sconta quattro anni di carcere.

I giornali francesi, dopo che si diffonde la notizia dell’arrivo dei giocatori algerini a Tunisi, il 13 aprile 1958, dà ampio risalto alla vicenda. Loro posano per una mitica foto, sulla pista dell’aeroporto della capitale tunisina, vestiti da impiegati ma sistemati tra in piedi e accosciati come nelle foto prima dei match di calcio. E’ l’inizio della leggenda, quella del le onze dell’indépendance (l’undici dell’indipendenza), più noto del nome ufficiale di Equipe du Fln de football. Tra il 1958 e il 1962, quando l’Algeria ottenne l’indipendenza, giocarono più di ottanta partite. Vincendole quasi tutte. La prima il 3 maggio 1958, contro la Tunisia, vinta per 5-1. Poi Pechino, Belgrado, Hanoi, Tripoli, Rabat, Praga, Damasco, Amman, Budapest, Sofia e Budapest. Tutti i paesi che non avevano ceduto, anche per motivi politici, al ricatto della furibonda Francia che aveva obbligato la Fifa a sanzionare le federazioni che avessero giocato contro le onze dell’indépendance.

Le cronache dell’epoca la ricordano come una squadra spettacolare e offensiva, ma non è questo quello che conta. Il messaggio politico era devastante per coloro che a Parigi non volevano mollare l’Algeria: ragazzi algerini, che avevano successo in Francia, avevano rinunciato a soldi e fama per inseguire un sogno di libertà. Lo capirono in molti, compresi i leader politici che vollero accoglierli e farsi fotografare con loro, dal comandante Giap a Ho Chi Minh, passando per Zhou Enlai.

Dopo l’indipendenza molti di loro restarono a giocare nel campionato algerino, altri tornarono in Francia, giocarono ancora in Ligue 1. Liberi di sentirsi algerini.

Sono passati tanti anni e l’Algeria è molto cambiata, passando per una drammatica guerra civile negli anni Novanta. L’attuale presidente, Abdelaziz Bouteflika, ragazzo all’epoca della lotta anti francese, ha imparato la lezione dell’onze dell’indépendance e del potere del calcio. In epoca di primavere arabe, meglio stare attenti. Ecco che il governo, in previsione delle elezioni amministrative del maggio 2012, ha deciso di fermare il campionato. Tra le tifoserie che Bouteflika teme quella della Jeunesse Sportive de Kabylie, il simbolo dei cabili, che anche nell’Algeria indipendente continuano a lottare per la loro identità. Perché certe cose, come la Cabilia e il pallone, non cambiano mai.

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