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Dall’acqua agli orti, fino al cervello

2 July 2012versione stampabile

Nell’ultima settimana di giugno si sono svolti all’IMèRA (Istituto Mediterraneo di Ricerche Avanzate) alcuni seminari del tutto degni di nota. Due giorni di discussioni e presentazioni di lavori scientifici quanto artistici e/o sociali sull’acqua (Water is in the air), un giorno su Marsiglia (Nature urbaine) e infine una mattina sul cervello artificiale. Non è questo il luogo per riferire in dettaglio i contenuti, ma si può però tentare di dare la percezione di una nuova dimensione del rapporto tra esseri umani e natura così come è emersa. Per l’acqua, elemento decisivo per la vita, non solo quella umana, Roger Malina, direttore di Leonardo, la rivista artscience del MIT, professore a Dallas nonchè già direttore dell’osservatorio astrofisico di Marsiglia, insomma uno scienziato con tutti i crismi, ha presentato la carta (vedi allegato) dello stato delle acque nel 2050. Impressionante. Noi siamo abituati a aprire il rubinetto e a attenderci che l’acqua scorra, più o meno come ci aspettiamo che dopo la notte venga il giorno. Ebbene questa carta ci racconta che non è scontato. Anzi a meno di una drastica ridefinizione dei modi di vita e di produzione, finiremo in secca per effetto dei cambiamenti climatici. E l’allarme viene da lontano. Malina ha citato un lavoro di Arrhenius del 1896 “On the Influence of Carbonic Acid in the Air upon the Temperature of the Groundche già metteva sull’avviso.

Il 2050 non è lontano, sta dietro l’angolo. Su un altro versante Victoria Vesna, artista californiana, fa esplodere le sue opere, insomma ci obbliga a mettere i piedi nell’acqua, e l’arte diventa veicolo di conoscenza e presa di coscienza, di comunicazione, partecipazione e autorganizzazione. Ci sono molti altri interventi, e il filo che li lega è l’azione di conoscenza, di pensiero e pratica che non si masturba con la retorica della catastrofe, ma cerca le strade per evitarla, le strade verso una nuova civiltà, costruendo strumenti perchè noi, diciamo gli abitanti del pianeta, possiamo fare fronte, senza impazzire, scatenare la guerra o limitarci a bere champagne sul ponte del Titanic che affonda. Il giorno dopo è la volta di Marsiglia, forse la città al mondo che nei confini comunali racchiude la più ampia porzione di territorio “selvaggio”, di natura (assieme a Città del Capo, Sydney, S. Francisco, è una delle poche città con un grande parco naturale periurbano) e anche di cultura, nel senso di campi e orti coltivati, sottoposti oggi a una pressione molto forte della speculazione immobiliare. A spasso per gli orti di Marsiglia ci porta Jean-Noel Consalves, geografo e inventore del concetto di “agricoltura urbana”.

Ovviamente l’acqua ha molto a che fare, così come i circuiti corti di approvvigionamento urbano, i pomodori coltivati all’angolo dove svolta il tramway, e venduti alla fermata successiva. Ma emerge anche un’altra buona pratica, quella degli orti collettivi, cioè gestiti e condivisi da un gruppo di cittadini di tutti i colori, le etnie, le origini, insomma luoghi di una mixité, come dicono qua, che incrementa la convivenza civile, senza nascondersi dietro una idea bucolica e/o idillica di questa agricoltura urbana, perchè i conflitti ci sono, tra gli orti privati e quelli collettivi, tra gli agricoltori tradizionali e quelli “biologici”, tra il modo dell’Africa e quello dell’Europa, in modo molto schematico. Peter Richards invece, artista e fondatore dell’Exploratorium di S. Francisco, lavora a comprendere, diciamo misurare gli effetti dell’azione naturale, vento e acqua, nonchè umana su un luogo meraviglioso, l’isola di Frioul, a due passi marini dal Vieux Port. E quindi a rigenerare il territorio, i suoi elementi che permettono alle persone di sentirsi in relazione con la loro comunità e il loro spazio di vita. Con lui gli studenti della Scuola Nazionale Superiore del Paesaggio e l’associazione “Creatori dei Luoghi”. Tra il pubblico anche per esempio alcuni animatori dell’associazione Les Persèides (la polvere di stelle, una miriade di stelle filanti) che a Aix en Provence, in un quartiere “difficile”, ha messo in piedi una attività di “sviluppo sostenibile nella moda”, con il riciclaggio dei vecchi vestiti, e anche una serie di Ateliers de Sensibilisation aux Métiers de la Mode, assai frequentati dai giovani disoccupati e scapestrati. E finiamo il nostro giro andando al seminario di James K. Gimzewski, maestro nell’arte delle nanotecnologie, cioè di catturare gli atomi quasi uno a uno per costruire degli artefatti, che sta lavorando a un cervello artificiale. Un “vero” cervello, coi neuroni e le connessioni in numero (tra i 10 e i 100 miliardi circa) e dimensioni giuste, se si vuole “reali”. Per fare cosa? Non le speculazioni sull’intelligenza o la formazione della mente e/o della coscienza, problemi del tutto seri ma che chiaramente fuoriescono per ora dall’orizzonte della costruzione di un cervello “fisico”, bensì per avere un oggetto dove studiare lesioni e patologie per così dire a grandezza naturale, scoprirne la dinamica e cercare il modo di ripararle. In realtà a ben guardare tutti questi seminari nella loro composizione assai varia, e nei loro contenuti per quanto diversi, sono guidati da un unico filo.

L’abbandono del pardigma del dominio dell’uomo sulla natura, per l’assunzione di un paradigma che chiamerei di cura reciproca tra l’essere umano e la natura, un paradigma che cerca di ricomprendere l’essere umano come entità a tutti gli effetti naturale. Da questo anche l’inter e pluridisciplinarità, la sensibilità artscience e sociale, e il tentativo di inventare forme trasversali di comunicazione comuni, una sorta anche di citizens science, di scienza dei cittadini che oggi le nuove forme di intelligenza collettiva in rete permettono e stimolano.