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Cina, i conti in tasca al futuro leader

3 July 2012versione stampabile

Gabriele Battaglia,
da Pechino
@Chen_the_Tramp

Bloomberg ha diffuso i dati sul patrimonio della famiglia allargata del futuro leader cinese Xi Jinping. È la terza storia della serie “follow the money” che pubblica quest’anno la media company specializzata in news economiche, dopo due relative al clan di Bo Xilai, il leader di Chongqing caduto in disgrazia.

Lintao Zhang/Getty Images

L’articolo sostiene che alcuni parenti di Xi si sono arricchiti in parallelo con la sua scalata ai vertici del Partito comunista ma, a differenza di altri leader cinesi, nel suo caso non emergono asset posseduti in prima persona o da moglie e figlia.
Il clan allargato ha invece forti interessi nelle attività minerarie, nel mercato immobiliare e nelle telecomunicazioni.
Dai documenti emergono possedimenti per un totale di 376 milioni dollari. Tra le altre cose, figurano una quota del 18 per cento in una società di terre rare – diciassette elementi contenuti in diversi minerali e necessari alla costruzione di una sfilza di prodotti high-tech – che ha un patrimonio di 1,73 miliardi dollari e una partecipazione da 20,2 milioni dollari in una società di telecomunicazioni quotata in borsa. Le cifre non tengono conto di passività e quindi non riflettono il patrimonio netto della famiglia.

Come si diceva, nessuna di queste attività è riconducibile a Xi, che compirà 59 anni questo mese, a sua moglie Peng Liyuan, 49 anni, nota cantante dell’Esercito popolare di liberazione, o a loro figlia, che si dice stia studiando a Harvard sotto mentite spoglie. Nessun documento prova eventuali interventi del futuro leader per promuovere transazioni commerciali dei parenti, o qualsiasi illecito da parte di Xi o della sua famiglia allargata.
Molti asset sono invece posseduti dalla sorella maggiore di Xi, Qi Qiaoqiao (63 anni), da suo marito, Deng Jigui, e da un altro cognato, Wu Long. Ma anche nel loro caso non emergono eventuali “spintarelle” del futuro leader e parente prossimo, ed è possibile che parecchie persone abbiano offerto loro opportunità nella speranza di guadagnarsi il favore della futura “prima famiglia” della Cina.

Tuttavia questa storia rivela per l’ennesima volta che la vicinanza al potere politico, in Cina come un po’ ovunque, riempie le tasche. E nella particolare fase storica che il Dragone sta attraversando, con l’aumento inesorabile del gap tra ricchi e poveri, questo tipo di rivelazioni sembrano fatte apposta per incrementare lo scetticismo della gente nei confronti dei leader.
Uno studio diffuso l’anno scorso, rileva l’Economist, stimava in 120 miliardi di dollari il totale dei capitali trasferiti all’estero da funzionari corrotti: fanno la gioia di “amati banchieri svizzeri, convitti inglesi e agenti immobiliari australiani”.

I giornalisti di Bloomberg hanno setacciato migliaia di file della documentazione obbligatoria che le aziende cinesi devono mettere a disposizione del pubblico, mentre altri dati, per esempio quelli relativi agli investimenti, sono secretati.
I siti di Bloomberg e di Businessweek non sono al momento accessibili in Cina e un paio di account riconducibili all’agenzia sono scomparsi da Weibo, il maggiore social network cinese. La ricerca “bloomberg” su Baidu, il principale motore di ricerca, restituisce alcuni risultati ma anche la scritta “conformemente a leggi, regolamenti e politicy pertinenti, alcuni risultati della ricerca non sono stati visualizzati”.
È una censura “pragmatica”, data la sensibilità della materia e considerando che finora non ci sono notizie di problemi per l’accesso al servizio professionale, a pagamento, fornito dell’agenzia.
Probabilmente le autorità cinesi hanno deciso di non spingere troppo in là la macchina censoria: come procedere all’internazionalizzazione del proprio sistema finanziario se si impedisce agli operatori di accedere alle fondamentali informazioni offerte dai terminali di Bloomberg?

In definitiva, i giornalisti dell’agenzia hanno compiuto una di quelle operazioni giornalistiche da manuale e Bloomberg si conferma tra le migliori media company del mondo: conosci chi ti governa, operazione trasparenza. Ma la trasparenza non è tutto, in Cina, dove è senso comune che un certo grado di corruzione serva a oliare meglio gli ingranaggi della crescita economica.

Chi scrive si è sentito dire da un’amica cinese che quanto scritto da Bloomberg non è altro che gossip: “Non mi interessa quanto sia ricco Xi Jinping, lo sanno tutti che i funzionari si arricchiscono. A me interessa quello che fa per il Paese”.
In Italia, dove siamo abituati a considerare “affari privati” le telefonate menzognere alle forze dell’ordine per conto di un premier che intende far rilasciare una sua concubina, non possiamo stupircene troppo.
Ma la vicenda può dare il via anche a una discussione sul ruolo dell’informazione e sulla diversa percezione che se ne ha in Cina e in Europa.
Rivelare le ricchezze del clan Xi – sostiene l’amica cinese – non fa parte della “responsabilità dei giornalisti”, bensì del loro “lavoro”. Sottile distinzione, che sottintende che il lavoro giornalistico spesso non è responsabile: ma, che ci volete fare, i giornalisti sono fatti così. Per cui vanno in qualche modo controllati.
Cos’è dunque una “stampa responsabile”? Quella che smaschera la corruzione a livello locale, sempre più incentivata a farlo da parte delle stesse autorità di Pechino, che vogliono lanciare un segnale. Ma quando si punta ai vertici dello Stato, cioè proprio a quelle autorità centrali, allora la materia è “sensibile” e giustifica la censura. Perché la notizia rischia di diventare destabilizzante, “non armoniosa”, anche un po’ stupida e puerile. A quanto pare, questa idea non è solo del potere che intende riprodurre se stesso.