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Il ritorno del River Plate

3 July 2012versione stampabile

Christian Elia

Le storie come questa, di solito, finiscono male. Sono così belle, che se diventano anche vere, nobilitate magari dal lieto fine, rischiano di apparire artefatte.
David Trezeguet ha voluto scriverne una, rischiando, quando ha accettato l’offerta del River Plate di andare a giocare nella seconda divisione argentina. Ma dove si incrociano la strada di un grande centravanti, uno dei protagonisti della grande Francia campione del mondo nel 1998 e d’Europa nel 2000, giocatore capace di vincere tutto in patria con il Monaco e in Italia con la Juventus, segnando valanghe di reti, e quella di uno dei club storici d’Argentina?

La storia del River inizia nel 1901, agli albori della leggenda del calcio. I legni britannici all’ancora della Darsena di Buenos Aires sono portatori di uomini e merci, usi e costumi. Tra questi, come accadeva dall’altra parte del’oceano in Italia, a Genova, anche del football. I marinai scendevano a terra e tra una bevuta e un giro al bordello, si sfidavano al gioco del calcio sui moli di tutto il mondo. Uno dei fondatori del club, racconta la leggenda, tale Martínez, guardava rapito quel gioco affascinante. Una catasta di casse rapì la sua attenzione: c’era scritto The River Plate (dizione inglese di Rio de la Plata). Ecco il nome. Il quartiere era quello della Boca, a forte presenza di immigrati italiani. Nel 1905, sugli stessi moli, nacque il Boca Juniors, mentre il River quasi subito traslocò nel quartiere Nunez, zona residenziale nella Buenos Aires settentrionale.

Il River Plate, da quel 1901, ne ha fatta di strada. Sono 33 i titoli argentini vinti, due le Coppa Libertadores (la Champions latinoamericana), una Coppa Intercontinentale strappata alla Steaua Bucarest. Una bacheca scintillante, con un ospite inatteso: un campionato Primera B Nacional, l’equivalente argentino della nostra serie B. Proprio così, un titolo vinto a giugno 2012, dopo la prima retrocessione della storia del club, avvenuta l’anno scorso accompagnata da un vero e proprio dramma collettivo. I tifosi vivono un anno da incubo, che va dal 26 giugno 2011, giorno del drammatico spareggio con il Belgrano, terminato 1-1 dopo la sconfitta per 2-0 nella gara d’andata che sancisce la prima retrocessione dei los millionarios (nomignolo del River), al 23 giugno 2012, quando il River torna nell’Olimpo del calcio argentino battendo per 2-0 l’Almirante Brown. Ed è Trezeguet a firmare una doppietta, sancendo un finale struggente come un tango di Gardel.

David Trezeguet non passava al Monumental, mitico stadio del River, per caso. Trezegoal, come lo chiamano tutti, è nato a Rouen, nella Francia profonda, ma la sua famiglia deve andare lontano per essere felice. Partire, emigrare. Ancora moli e bastimenti, come cento anni prima, uomini e merci che costruiscono ponti tra le due sponde dell’oceano. Jorge Trezeguet, suo padre, lavora duro, s’innamora della bella Beatriz, argentina, la sposa. Tornano in Francia per la nascita di David, nel 1977, ma è in Argentina che tornano, in Argentina che David diventa uomo e calciatore. La prima squadra a credere in lui è il Platense, squadra dove esordisce a soli sedici anni.

Il Monaco non si lascia sfuggire quel ragazzo talentuoso, che si muove in area di rigore come un predatore famelico. Segna di testa, di destro, di sinistro. Una carriera luminosa, una bacheca da far invidia. Poi l’inevitabile viale del tramonto. La Juventus, che pure ha seguito nell’unico anno di serie B della storia della Vecchia Signora, pur grata, lo scarica. Trezegoal si diverte un anno in Spagna, ma chi pensava a una pensione dorata si sbaglia, perché lui segna ancora a raffica. Molti club europei, alcuni dei quali fanno la Champions, provano a prenderlo. Lui dice no grazie. Come anni prima, seguendo la Juve in B, David preferisce una sfida differente. Torna dove tutto è iniziato, per saldare il conto.

Riporta a suon di goal il River nel posto che gli spetta, regala al mondo intero il brivido di vivere di nuovo un superclasico, come viene chiamata l’infinita sfida tra River e Boca Juniors, che quest’anno ha lasciato a bocca asciutta milioni di telespettatori in tutto il mondo. Nel Paese che ha dato casa e lavoro a suo padre, nella terra di sua madre, è voluto tornare per regalare un sorriso. Il suo modo di ringraziare: una valanga di reti. Oggi, come allora, tra bastimenti e moli, due continenti si scambiamo uomini e merci, ma soprattutto storie.