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Ritorno ad Algeri

5 July 2012versione stampabile

Karim Metref

da Algeri

Arrivando verso la capitale algerina dall’aeroporto Houari Boumedienne sono colpito dalla presenza di palme che ornano l’autostrada. Palme già adulte sorte dal nulla in poco tempo e disseminate lungo tutta la rete di tangenziali e raccordi autostradali che circondano la città bianca.

FAROUK BATICHE/AFP/Getty Images

Scomparsi gli altri arbusti, scomparsi i fiori, scomparsi i lauri bianchi e rosa. Qualche responsabile locale ha deciso che le palme e non le piante mediterranee devono essere il simbolo della città. Un capriccio costato milioni di euro e che durerà fino alla morte (probabilmente imminente vista la fretta con la quale sono stati trapiantati) dei palmeti sradicati da qualche oasi del Sahara o fino al prossimo capriccio di un altro (ir)responsabile che si serve nelle casse dello stato come fossero una fonte inesauribile.

I palmeti del governatore di Algeri e i tanti panelli sparsi per tutto il paese sono il segno che lo stato ha intenzione di spendere somme astronomiche pur di dare, lo spazio di una commemorazione, l’illusione di un paese che nuota nel benessere.

L’Attività è frenetica. Le aziende di lavori stradali si danno da fare per lustrare le vie della capitale, Molte facciate dei quartieri centrali sono state rinfrescate, fiori, prati inglesi e piante ornamentali sono apparsi in ogni dove. Le festività sono già iniziate e il paese è tutto un pullulare di festival, spettacoli, conferenze, cerimonie… Imprese cinesi specializzate in fuochi d’artificio e altri effetti speciali stanno lavorando giorno e notte intorno all’imponente monumento del soldato ignoto “Maqam Asciahid”.

Gli spostamenti di mezzi del genio militare lasciano prevedere una parata di dimensioni faraoniche. Le grandi opere del presidente Bouteflika, linee ferroviarie, aeroporti, metropolitana e tram-via che erano in cantiere nelle grandi città del paese fino a poco fa, sono state ultimate in fretta e furia. Tutto alla gloria dei primi 50 anni della Repubblica Democratica Popolare Algerina.

Ma basta allontanarsi poco dai festeggiamenti ufficiali, dalle opere alla gloria del faraone di turno e dalle facciate dei luoghi di potere per accorgersi che nel paese tutto non è rose e fiori. La disoccupazione giovanile è alle stelle, la fame di alloggi nelle città sempre più grandi, sempre più popolose, è incolmabile e il paese lasciato in pasto alla dura regola del mercato e della speculazione produce sempre più divario tra la ricchezza spudorata e la povertà più spoglia.

Il risultato: violenza, corruzione e insicurezza. criminalità, droga e traffici di ogni genere sono una vera economia parallela. Invece l’economia ufficiale che ha tutti i potenziali (geologici, topografici, idrologici, climatici, energetici e umani) per essere la prima potenza industriale e agricola del continente rimane aggrapata alla sola rendita degli idrocarburi. E mentre i ministeri della cultura, delle infrastrutture, degli interni e della difesa spendono senza contare per i festeggiamenti, il direttore della Banca d’Algeria tirava il campanello d’allarme: ”Gli equilibri della ragioneria di stato rischiano la rottura se i prezzi del petrolio rimane sotto i 110 dollari”.

In parole povere: lo stato algerino è uno spendaccione troppo abituato a un barile del petrolio sopra i 110 dollari. Se i prezzi dell’oro nero continuano a scendere o se comunque si mantengono sotto quella soglia, le riserve di divise forti dello stato algerino non basteranno a sostenere uno stato che spende molto e non ingrana abbastanza. Un pericolo serio per un governo che finora costruisce tutto il consenso interno e esterno necessario al suo mantenimento grazie ad una sapiente gestione delle sostanziose rendite provenienti dalle esportazioni di gas e di petrolio. Una catastrofe imminente per la quale il regime sempre e soltanto indaffarato a mantenere sé stesso non ha previsto nessuna alternativa economica seria.

50 anni dopo l’anno zero dell’indipendenza l’Algeria vive ancora sotto lo stesso regime nato dal colpo di stato eseguito da un esercito entrato dalle frontiere est e ovest subito dopo l’uscita di quello francese e che ha preso arma alla mano le chiavi del paese dalle mani dei partigiani che lo avevano liberato. Un regime despotico e corrotto che è risorto dalle sue ceneri innumerevoli volte come una sfinge.

50 anni di lotte popolari e di insurrezioni per la democrazia e i diritti sono svaniti nel nulla. La guerra civile degli anni 90 è ufficialmente finita senza aver intaccato minimamente il potere della casta governante. I piccoli gruppi armati rimasti attivi nel paese sono sapientemente mantenuti per giustificare una militarizzazione del territorio superiore a molti paesi ufficialmente in guerra.

Dopo aver gestito con maestria i timidi tumulti della “primavera araba”, il governo è riuscito perfino a organizzare nuove elezioni taroccate e a umiliare tutta l’opposizione con il consenso delle istituzioni e della comunità internazionali. Dopo le elezioni che hanno dimostrato la buona salute della casta e la debolezza di ogni forma di opposizione, la magistratura agli ordini sta facendo una vera e propria caccia al sindacalista, all’oppositore e al militante per i diritti dell’uomo. Dei giovani rischiano delle pesanti condanne per aver organizzato delle manifestazioni pacifiche mentre i due capi storici dell’AQMI, Hattab e Abderrezaq El Para, in mano alla giustizia algerina da una decina di anni, non sono mai stati confrontati ad un processo serio.

Dopo un giorno ad Algeri, prendo l’autobus per la Cabilia. A bordo, l’autista mette nel lettore una playlist di vecchie canzoni di contestazione cabile. Poco dopo l’uscita dalla capitale parte la canzone “20 anni” del cantante Ferhat. Era stata scritta all’occasione del ventesimo anniversario dell’indipendenza. Il ritornello dice: ”Ha appena compiuto 20 anni. 20 anni di menzogne, 20 anni di rapine. E noi da 20 anni nelle sue galere”.

 

Dossier/I 50 anni dell’indipendenza dell’Algeria

 

 

Guardo dalla finestra la Mitidja, una delle più belle pianure d’Africa, servita in pasto al dio cemento. Guardo i disastri ambientali e urbanistici di una giungla urbana che cresce come un tumore senza che la follia degli uomini riesca a cancellare del tutto la bellezza smisurata di un paese al quale la natura ha regalato tanto. Guardo e penso a quanto quella canzone scritta negli anni 80 è più che mai d’attualità, oggi.