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Afghanistan, il coraggio di Lal Bibi

7 July 2012versione stampabile

Enrico Piovesana

Grandi cambiamenti sociali nascono spesso da coraggiose scelte individuali.
La decisione di una ragazza afgana di denunciare i poliziotti che l’hanno rapita, torturata e violentata, potrebbe innescare uno storico cambiamento nella condizione delle donne in Afghanistan.

Lal Bibi, 18 anni, è la figlia più giovane di una famiglia di pastori kuchi: tribù nomade pashtun che vive in tendopoli sparpagliate per il Paese e continuamente in movimento. Lo scorso 17 maggio, mentre mungeva le pecore in un accampamento alle porte di Kunduz, alcuni uomini appartenenti alla Polizia locale afgana (Alp) – milizia paramilitare addestrata dalle forze speciali americane – l’hanno portata via con la forza dopo aver immobilizzato il padre e la madre.

Il rapimento è stato ordinato dal comandante dell’unità locale dell’Alp, Muhammad Ishaq Nezaami per vendicare lo ‘sgarro’ subìto dal fratello del suo vice: dopo aver promesso in sposa sua figlia, lo sposo – un lontano cugino di Lal Bibi – non aveva pagato il prezzo della sposa sparendo dalla circolazione.

Per cinque giorni, la giovane kuchi è stata incatenata a una parete, picchiata e stuprata da cinque miliziani.
Una volta rilasciata, i medici dell’ospedale di Kunduz hanno confermato le violenze raccontate dalla ragazza.

Contrariamente alla traduzione pashtun, che prevede che i genitori uccidano la figlia violentata in quanto ‘disonorata’ o che la vittima si tolga la vita, Lal Bibi ha deciso di denunciare i suoi aguzzini, costringendo le autorità afgane ad arrestare il comandante Nezaami e i suoi uomini coinvolti nel rapimento e nelle violenze.

I colpevoli negano di aver stuprato la ragazza, affermando che un mullah l’aveva sposata subito prima a uno di loro e che quindi il rapporto sessuale non costituiva violenza. Il rischio è ora che l’accusa venga derubricata da stupro a matrimonio forzato: questa è la tesi del capo della polizia di Kunduz, generale Samiullah Qatra, e dello stesso ministro dell’Interno, Bismullah Khan.

Il destino di Lal Bini è nelle mani della giustizia afgana. “Sono già una persona morta – ha dichiarato Lal Bini al New York Times – e se il governo fallisce nel portare queste persone di fronte alla giustizia mi darò fuoco. Non voglio vivere con questo marchio in fronte”.

A sostegno di questa coraggiosa ragazza, è stata lanciata una petizione online che ha già raccolto oltre 400mila firme.

9 Responses to Afghanistan, il coraggio di Lal Bibi

  1. giuliana marino

    8 July 2012 at 19:32

    che i colpevoli vengano condannati

  2. davide muccini

    9 July 2012 at 12:00

    moltiplichimo questo giusto grido. basta con la sete di giustizia.

  3. René Terrasi

    9 July 2012 at 15:21

    gli esportatori di democrazia con le armi che sono in Afghanistan diano asilo a questa ragazza e le forniscano l’assistenza legale di cui ha bisogno !!

  4. martina baratta

    9 July 2012 at 20:37

    Siamo tutte, tutti con te!

  5. ROTA

    10 July 2012 at 17:25

    j’espère qu’ils vont la protéger…

  6. Antonio Susy Meccheri

    10 July 2012 at 21:09

    Come è possibile poterla aiutare economicamente? Fateci sapere. Io ci sono. Antonio Meccheri

  7. silvia

    10 July 2012 at 22:15

    arriveremo a 1.000.000 di firme!!

  8. enza

    16 July 2012 at 06:23

    una pioggia di diritti sull’Afganistan

  9. nadia

    30 July 2012 at 08:35

    unite ce la faremo