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Italia, nuova udienza per l’eccidio di Cefalonia del settembre 1943

8 July 2012versione stampabile

Gilberto Pagani*

Aggiornata ad ottobre. Il 15 giugno così è stato deciso davanti al Tribunale Militare di Roma nel processo contro Alfred Störk, caporalmaggiore delle truppe di montagna dell’esercito tedesco, accusato di aver ucciso, quale componente di un plotone di esecuzione, un numero imprecisato di ufficiali italiani a Cefalonia tra il 23 e il 24 settembre 1943.

L'eccidio di Cefalonia

Dopo l’8 settembre i soldati italiani di stanza a Cefalonia rifiutarono di consegnare le armi ai tedeschi, vennero sconfitti in battaglia dagli ex alleati e circa 2.500 di loro (un numero minore secondo altre ricostruzioni) vennero fucilati dopo essersi arresi. Da molti questo avvenimento viene considerato l’atto iniziale della Resistenza.

Si trattò dell’omicidio di soldati ed ufficiali di un esercito regolare che si erano arresi ad un altro esercito regolare, un crimine considerato tale dalle norme internazionali, anche in epoca precedente alla convenzione di Ginevra del 1929. Le indagini sulla strage di Cefalonia iniziarono a guerra in corso e continuarono fino agli anni ’80. Nel 1948 ci fu la prima (ed unica) condanna, in uno dei Processi di Norimberga, nel c.d.

“Caso degli Ostaggi”, in cui il Generale Hubert Lanz fu condannato alla pena di 12 anni di reclusione perchè “Intorno al 24 settembre 1943, il Comandante del XXII Corpo di Montagna ordinò alle truppe sotto il suo comando e giurisdizione di giustiziare il Generale italiano Gandin, catturato, e tutti gli ufficiali ai suoi ordini”. La pena, particolarmente mite, non venne neppure scontata per intero; dopo 3 anni Lanz venne scarcerato per passare alle dipendenze dei servizi informativi degli USA.

Secondo la Corte: “L’uccisione di questi ufficiali italiani fu chiaramente illegale. La difesa dell’imputato mostra che egli riteneva che la loro uccisione fosse illegale…I soldati italiani non erano franchi tiratori…è chiaro che essi erano sotto la protezione della Convenzione di Ginevra del 1929, regolante il trattamento spettante ai prigionieri di guerra.” Si trattava dunque di individuare gli altri responsabili e sottoporli a processo, ma così non avvenne.

Alla fine degli anni ’50 venne aperto un procedimento nei confronti di 30 ex ufficiali tedeschi accusati della strage, e contro alcuni militari italiani, accusati di rivolta, cospirazione e insubordinazione; essi erano gli animatori della resistenza alle truppe tedesche e venivano giudicati per avere costretto o forzato il Generale Gandin (comandante della Divisione) a reagire all’ordine di riconsegna delle armi. Tutti vennero assolti e non sfugge l’aspetto grottesco di processare insieme assassini e mancate vittime; la cosa era però funzionale a porre una pietra tombale sulla punizione dei colpevoli.

Alla metà degli anni ’50, quando era all’ordine del giorno della politica internazionale la questione della ricostituzione dell’esercito tedesco, non si potevano compromettere i buoni rapporti con la Germania Federale e neppure gettare discredito sulle forze armate. Per questo il Governo italiano non diede seguito alle richieste di estradizione formulate dalla Procura Militare e neppure alla semplice richiesta di identificazione di alcuni ufficiali tedeschi.

Senza contare che l’Italia non aveva mai disposto l’estradizione verso altri paesi di ufficiali italiani accusati di uccisioni e stragi, e avere un diverso atteggiamento verso la Germania avrebbe aperto il capitolo della nostre responsabilità, che sono sempre state coperte dall’omertà di Stato. Dopo la caduta del muro di Berlino la Procura di Dortmund iniziò nuove indagini, molto approfondite, in seguito alle quali fu individuato un sottotenente delle truppe di Montagna che confessò di aver comandato il plotone di esecuzione che fucilò il Gen. Gandin.

Anche questo procedimento venne però archiviato, con una motivazione che suscitò sdegno, sulla base del paragrafo 211 del Codice penale tedesco, che prevede una distinzione tra “omicidio doloso aggravato ai sensi del par. 211 comma 2” (Mörder, che è imprescrittibile) e omicidio “semplice” che si prescrive in 20 anni (Totschlag). Per motivare tale decisione il Procuratore di Monaco scriveva nella sua ordinanza: “Le forze militari italiane non erano normali prigionieri di guerra. Inizialmente erano alleati dei tedeschi, che si sono poi trasformati in nemici combattenti diventando dei “traditori” per usare il gergo militare. In questo caso è come se parti delle truppe tedesche avessero disertato e si fossero schierate dalla parte del nemico”. Dal che discende che l’omicidio era giustificato.

In Italia agli inizi degli anni ’90 venne scoperto negli uffici della Procura Militare l’”armadio della vergogna” in cui erano stati occultati centinaia di fascicoli relativi alle stragi naziste per le ragioni di opportunità politica già citate prima. Si svolsero così numerosi processi (tra cui S. Anna di Stazzema e Marzabotto) che si conclusero con la condanna di decine di militari tedeschi autori di quelle stragi. Ma per Cefalonia ancora nulla. Dopo l’archiviazione di Monaco, su sollecitazione di Marcella De Negri e Paola Fioretti, figlie di due ufficiali uccisi a Cefalona, venne iniziato un ulteriore procedimento, ma l’imputato morì mentre era in corso l’udienza preliminare, per cui vi fu l’ennesima archiviazione.

Siamo giunti ora a quello che con ogni probabilità sarà l’ultimo processo per la strage di Cefalonia, dato che sono trascorsi quasi settant’anni dai fatti. Ha senso tenere un processo contro un novantenne, semplice graduato, mentre coloro che hanno avuto le maggiori responsabilità sono riusciti ad evitare la giusta punizione?
L’impossibilità di ottenere giustizia è derivata non dalla carenza di prove ma dalla precisa volontà politica di proteggere gli assassini e con loro il presunto buon nome delle forze armate e dell’istituzione militare e in questa nefasta opera furono coinvolte sia l’Italia che la Germania.
La partecipazione di Störk alla strage risulta dalle sue stesse dichiarazioni, da cui non traspare nessun pentimento, neppure il semplice rammarico. Del resto non era la prima azione criminale che egli compiva, avendo partecipato alle stragi compiute in Russia nel 1941.

Costui considera assolutamente normale fucilare dei prigionieri che si sono arresi e a decine di anni di distanza non è stato neppure sfiorato dal dubbio che la sua azione avesse contenuti criminali.
Questo processo non è una vendetta tardiva, ma l’occasione di riaffermare il principio fondamentale secondo cui chi è stato investito del potere di esercitare violenza e persino di uccidere per interessi superiori, in guerra come in pace, non può avere come unico riferimento l’obbedienza agli ordini.

Corrisponde a giustizia e al diritto, al diritto naturale e al diritto codificato, che è doveroso disobbedire a ordini criminali e che nessuno può invocare la scusante di aver obbedito ad un ordine se questo è chiaramente illegittimo. Questa tematica non ha perso di attualità, non è un retaggio del passato; anche nelle guerre asimmetriche dei nostri tempi, così diverse dalle battaglie campali o di trincea, le stragi di civili o di prigionieri sono sempre precedute da un ordine, a cui i sottoposti obbediscono. Lo Störk fu un semplice esecutore materiale, ma ciò non lo giustifica. L’auspicio degli amanti della pace e della non violenza è che l’ultima sentenza di Cefalonia sia un monito fermo e inflessibile perchè sia chiaro a tutti che non vi può essere scusante per chi si è macchiato di crimini contro l’umanità. Ogni soldato che anche oggi uccide un civile o un prigioniero sappia che il suo crimine non verrà dimenticato e oltre alla condanna della storia è possibile vi sia anche quella di un Tribunale.

*Avvocato di parte civile nel processo “Cefalonia”

One Response to Italia, nuova udienza per l’eccidio di Cefalonia del settembre 1943

  1. Massimo Filippini

    8 July 2012 at 13:22

    Le osservazioni dell’avvocato Pagani sono più che giuste se si guarda alla crudeltà insita nella fucilazione dei nostri poveri Ufficiali, tra cui mio Padre, ma egli ben sa che -‘dura lex sed lex’- le norme giuridiche prescindono dagli stati d’animo più che validi e rispettabili come quelli dei Parenti dei Caduti i quali purtroppo a causa dell’ ORDINE DI RESISTERE AI TEDESCHI specificamente inviato al gen. Gandin il 13 settembre senza una previa DICHIARAZIONE DI GUERRA alla Germania- AVVENUTA SOLO IL 13 OTTOBRE SUCCESSIVO- si videro privati della TUTELA offerta ai PRIGIONIERI DI GUERRA dalla Convenzione di Ginevra del 1929 venendo uccisi come ‘partigiani’ o ‘franchi tiratori’ proprio perchè NON CONSIDERATI combattenti ‘REGOLARI’ dai carnefici tedeschi.
    Chi più felice del sottoscritto qualora essi e con loro mio Padre avessero posseduto tale qualità ?
    Purtroppo non fu così e a dirlo non è solo lo scrivente ma fu lo stesso Gen. Eisenhower Comandante in Capo delle Forze Alleate durante il colloquio con i nostri responsabili Militari a bordo della corazzata ‘Nelson’ nelle acque di Malta il 29 settembre 1943 in occasione della firma del cosiddetto ‘armistizio lungo’.
    Ne riporto il testo stenografico traendolo da uno dei tanti siti esistenti nel web
    http://ricordare.wordpress.com/perche-ricordare/049-larmistizio-e-la-guerra-alla-germania/

    “Il Maresciallo Alexander e l’Ammiraglio Cunningham definirono quanto avveniva a Cefalonia (ma era già avvenuto) una “lotta pazzesca e inutile”. E al successivo incontro di Malta con i membri del governo Badoglio, con un piuttosto turbato Eisenhower, ci fu il seguente agghiacciante e cinico
    colloquio:
    EISENHOWER: “Desidero sapere se il governo italiano è a conoscenza delle condizioni fatte dai tedeschi ai prigionieri italiani (nelle isole, compresa
    Cefalonia ndr.) in questo intervallo di tempo in cui l’Italia combatte la Germania senza averle dichiarato guerra”.
    AMBROSIO: Sono sicuro che i tedeschi li considerano partigiani”.
    EISENHOWER: Quindi passibili di fucilazione ?”.
    BADOGLIO: “Senza dubbio”.
    EISENHOWER: “Dal punto di vista alleato la situazione può anche restare com’è attualmente, ma per difendere questi uomini, nel senso di farli divenire
    combattenti regolari, sarebbe assai più conveniente per l’Italia dichiarare la guerra”

    La Dichiarazione d Guerra avvenne poi in circostanze rocambolesche SOLO il 13 OTTOBRE successivo e quel che avvenne dei nostri Militari che resistettero ai tedeschi fino a tale data è ben noto: furono considerati ‘partigiani’ e spesso purtroppo vennero fucilati come a Cefalonia.

    Caro Pagani io sono PARTE OFFESA in detto processo e come tale ritengo che un risarcimento mi sia più che dovuto ma non dallo Stork bensì dallo Stato italiano quale erede di quel Regno del Sud che provocò la morte di mio Padre e di altri innocenti: in che modo ce lo ha spiegato Eisenhower.
    Ci vediamo il 5 ottobre.
    Ciao
    Massimo Filippini
    PARTE OFFESA nel processo ‘Stork’