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Libano, uno sguardo sui campi palestinesi

9 July 2012versione stampabile

Giulia Bertoluzzi

da Beirut

Tra le manifestazioni di gioia per la vittoria dei fratelli musulmani in Egitto, la vita nel campi palestinesi in Libano segue il suo percorso, lontano da ogni sicurezza sociale e diritto civile. L’aria del campo di Shatila, nella periferia di Beirut, è densa di un’ondata di malinconica speranza e al contempo di tenacia. Nelle strade di Shatila i ragazzini ridono pensando che i fratelli musulmani in Egitto li aiuteranno, seguiti dai loro genitori che mentre sventolano bandiere palestinese offrono dolci di pistacchi e di mandorle ai residenti del campo. In questo contesto di festa, l’alveare umano di Shatila pulsa di vita, dando una sensazione di claustrofobia insieme ad un’insaziabile voglia di spazio e di pace.

La situazione paradossalmente statica dei palestinesi residenti in Libano, porta Nesreen, una donna palestinese di Shatila forte e lavoratrice a pronunciare parole durissime. L’unica sua speranza per migliorare la situazione del suo popolo dice che é « distruggere tutto, radere al suolo il campo, e poi ricominciare da capo» .

La gestione dei campi sin dalla loro creazione si é basata su un sistema di ingiustizie e di equilibri fragili da mantenere a causa del sistema di governo libanese. Già dall’inizio della primavera araba, il problema della governance dei campi torna a ricordare ai paesi del Medio Oriente la possibilità di un sconvolgimento radicale da parte di manifestanti civili degli equilibri interni ed esterni del paese, dovuti alla mancata governance della parte civile e della sicurezza legata alla lesione dei fondamentali diritti umani e di libertà.

I campi palestinesi del Libano soffrono l’ingiustizia sociale di senza terra sin dalla formazione dello stato di Israele nel ’48. Risulta importante ricordare le differenze sostanziali del trattamento dei rifugiati palestinesi nei diversi paesi ospitanti in Medio Oriente. Per esempio Siria e Giordania nel ’48 optarono per la gestione diretta dei profughi palestinesi tramite specifiche agenzie create ad hoc. Questi utensili crearono il presupposto di una progressiva integrazione dei palestinesi nella società civle, che ha migliorato la loro sitazione in materia di diritti umani, di lavoro e civili.

In Libano, la possibilità di integrazione resta una questione politica impossibile, dovuta al radicato sistema confessionale libanese, che ricopre ogni sfera della vita di un cittadino a partire dalle scuole, fino alla scelta del lavoro. Dall’indipendenza nel ’43, il Libano ha costruito il suo stato sulle differenze confessionali tra cristiani e mussulmani. Sebbene composto da 18 confessioni religiose diverse, il patto nazionale del Libano del 43 è stato un accordo tra il blocco cristiano e quello musulmano, con la maggioranza dei vantaggi destinati ai cristiani che erano in maggioritari nel censimento degli anni 30 durante il mandato francese (censimento utilizzato fino ad oggi nonostante la bilancia si posta verso i sunniti da diversi decenni) ; per esempio alcune professioni considerate prestigiose (medici, avvocati, ingegneri etc..) sono destinate solo a cristiani,i sunniti avendo un’altra fetta della torta e lasciando gli sciiti senza possibilità di accesso alla grande maggioranza di lavori prestigiosi. In questo quadro i palestinesi si ritrovarono fino al ’65 senza diritto di lavoro.

Nel 1951 i palestinesi sono stati esclusi dallo statuto di rifugiati dell’ UN Refugee Convention e furono gestiti dall’agenzia UNRWA, creata per il fabbisogno primario dei profughi. L’UNRWA resta tuttora l’unica agenzia ad occuparsi esclusivamente del caso palestinese. Nel settembre del 65, la Lega degli Stati Arabi ha adottato il protocollo di Casablanca che chiedeva agli stati ospitanti di dare diritti di lavoro per i palestinesi residenti all’interno del paese. Il Libano ha firmato il protocollo ma con diverse clausole facendo sì che il diritto al lavoro fosse applicabile solo in conseguenza alla situazione economica libanese e restringendo la possibilità di entrata e uscita dal paese ai palestinesi tramite un permesso di soggiorno da viaggiatore temporaneo. Questo permesso « da viaggiatore temporaneo » limita la possibilità di lavorare, perchè per costituzione in Libano, solo i libanesi hano diritto di lavoro . Da aggiungere c’é l’esclusione di adesione ai sindacati libanesi, essendo una condizione sine qua non per poter lavorare nella stragrande maggioranza dei settori, e l’impossibilità di possedere beni di qualsiasi genere (dal 2001), come auto, casa ecc . Se ci fosse una graduale integrazione dei palestinesi, la bilancia confessionale si sposterebbe inesorabilmente per una maggioranza sunnita del Libano, che sconvolgerebbe l’intero sistema politico e sociale.

A partire degli anni 60 la presenza dei palestinesi in Libano diventò esponenzialmente complessa e militarizzata. Le tensioni interne furono temporaneamente placate dalla firma dell accordo del Cairo il 3 novembre 1969 tra l’OLP e il governo libanese. Questo accordo sanci’ il sanzionamento delle operazioni militari palestinesi all’interno del Libano e anche un certo grado di autonomia per i palestinesi. In paticolare, fu questo accordo che istitui’ il principio di auto-gestione dei campi attraverso l’istituzione di comitati amministrativi locali, lijan sha’biyya  (Comitati Popolari) e la fazione militarizzata dell’ OLP, Al-Kifah al-Musallah (armed struggle brigade). Per molti palestinesi questo è da considerarsi un periodo di crescita economica, politica e culturale. La polizia non poteva entrare nei campi senza il permesso dei PC, che decidevano di cooperare su una base di caso per caso.

La presenza dell’OLP e l’emergere di uno stato nello stato ha funto da catalizzatore della guerra civile libanese iniziata nel 75 e durata fino al 90, con un totale di 170 000 morti, il doppio di feriti e due terzi della popolazione libanese profuga. La situazione regionale fece si che il Libano fosse il centro della resistenza palestinese contro Israele. I seguaci di Arafat, sistematicamente soppressi in Israele spostarono il loro centro di azione in Libano.

Nella primavera dell’84, 186 fazioni partecipavano alla Guerra in Libano. Con I profughi palestinesi senza difese, la milizia Shi’a Amal pro-siriana inizio’ la Guerra dei campi tra l’85 e l’87 con l’intento di distruggere le ultime vestigia delle forze di Arafat. Tre campi palestinesi furono completamente distrutti durante la Guerra, il 10% della superficie totale dei campi amministrati dall’UNRWA. I tre quarti delle infrastrutture furono danneggiate, e 3000 palestinesi persero la vita durante il massacro di Sabra e Shatila. Nel 87 fu abrogato l’accordo del Cairo e nel 89 fu firmato l’accordo di Ta’if che segno’ la fine della Guerra e confermo’ lo statuto dei palestinesi in Libano come stranieri senza stato, rifiutando il loro insediamento per « garantire » il loro diritto al ritorno in Palestina. Data l’impossibilità di lavorare nella maggioranza delle professioni, di allargare i campi e dal 2001 di possedere beni, i palestinesi continuano a soffrire di disoccupazione, povertà, malattie, scarsa educazione e analfabetizzazione su di una popolazione che é cresciuta di 4 volte dal 48.

L’intera gestione della vita all’interno dei campi é garantita dai comitati popolari e di sicurezza, composti dalle principale fazioni politiche: Fatah, Hamas e Al-Jihad rispettivamente supportati da Siria e OLP , fratelli musulmani, e l’ultimo da Iran e dal partito libanese hezbollah che beneficiarono delle « risorse umane » all’interno dei campi per fini ovviamenti lontani e diversi da quelli della causa palestinese. Questi si preoccupano di mantenere l’ordine, di aiutare in caso di bisogni particolari (come prestiti per l’università o per assistenza sanitaria), mentre l’UNRWA fornisce l’assistenza di bisogni di prima necessità come scuole elementari e un centro medico primario.

Nel 2005, il consiglio dei Ministri stabili’ il Lebanese Palestinian Dialogue Commitee che aveva come fine quello di «  dare ai rifugiati palestinesi in Libano le condizioni per vivere in dignità, prosperità, sicurezza e armonia con l’ambiente ». In reatlà solo due articoli riguardanti il controllo d’armi fu rispettato , anche se l’accumulo di armi di grosso calibro all’interno del campo risulta praticamente impossibile a causa della sovrappopolazione e della mancanza di spazio.

L’ondata di profughi siriani che si riversano nei campi e le continue tensioni a Gaza, nel Sud del Libano, dove Israele continua a invadere lo spazio aereo, nella Beeqa al confine con la Siria, dove i ribelli siriani vorrebbero impiantare una base militare e a Tripoli, dove dopo il rapimento di 12 shiiti da parte dei siriani hanno portato ad una guerriglia prima contro i siriani e poi tra le fazioni sunnite e sciite stesse, fanno presupporre che i campi si mobiliteranno nel prossimo futuro.

I ragazzi libanesi si son abituati sin da piccoli a non programmare niente in anticipo, perché la possibilità di tensioni e guerre é sempre in agguato. Una barzelletta che tutti i giovani conoscono é emblematica di questa situazione : ”Mi raccomando, fai attenzione ! – perché ? – perchè potrebbere succedere qualcosa… ”. Come ci ricordano le rivoluzioni egiziana, siriana, libica, tunisina, la situazione puó degenerare molto rapidamente e i presupposti bollono già in pentola da decenni.