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Armi convenzionali, le speranze dell’Onu

10 July 2012versione stampabile

Da oltre un centinaio d’anni il mondo è inondato di armi convenzionali: carri armati, fucili mitragliatori, razzi, aerei.

AFP/Getty Images

Queste armi – il cui commercio alimenta un volume annuale valutato tra i 40 e i 60 miliardi di dollari – stanno alimentando i conflitti e le violazioni di diritti umani in Siria, Sudan, Repubblica Democratica del Congo e in numerosi altri Paesi del mondo. Sono state usate per uccidere civili – 750 mila nel 2011 – e saranno usate contro ulteriori civili se la comunità internazionale non riuscirà a trovare un modo per estromettere dal loro commercio regimi, criminali e militanti. Con questo proposito – secondo molti vano – i Paesi membri delle Nazioni Unite si stanno riunendo a New York da lunedì scorso e fino al 27 luglio: per fissare regole giuridicamente vincolanti per il commercio internazionale d’armi e introdurre controlli severi per le esportazioni e altre attività transfrontaliere. Il trattato – nelle intenzioni astratte dei ‘legislatori’ – dovrebbe contribuire a rendere il commercio legale di materiale bellico ‘più responsabile’. L’altra speranza è quella di riuscire a porre fine al commercio illegale di armi.

La questione è che alla conferenza partecipano tutti gli Stati membri dell’Onu, quindi anche i più importanti produttori, esportatori e importatori di materiale bellico convenzionale. Le posizioni di Stati Uniti, Russia e Cina – che hanno espresso non poche riserve sul documento finale – saranno fondamentali. Nelle cerchie diplomatiche di New York e in seno alle organizzazioni non governative si spera in un accordo dai toni forti, anche se – come già accaduto per i precedenti trattati – non tutti gli Stati lo ratificheranno. Emblematico è stato infatti il caso della convenzione di Ottawa sulle mine antiuomo. Tuttavia, anche se i grandi Paesi produttori non l’hanno ratificata, dall’approvazione dell’accordo la produzione e l’uso di mine sono costantemente diminuiti. Il nuovo documento in discussione all’Onu non includerà però questa o quella produzione bellica, ma coprirà una vastissima gamma di armi, munizioni incluse.

Se il negoziato a New York mette finalmente intorno al tavolo della trattativa tutti i principali contendenti, dopo un decennio di pressioni esercitate dai principali gruppi per i diritti umani, gli ostacoli sono tuttavia ancora molti, perché anche un singolo Paese potrebbe bloccare qualsiasi accordo. “In una prospettiva a lungo termine – spiega Jeff Abramson, direttore della campagna Control Arms – ci troviamo in un momento chiave. La volontà di fare qualcosa esiste. Importanti paesi produttori d’armi sono convinti della necessità di agire e vogliono un trattato rigoroso”.

Uno degli ostacoli sono gli Stati Uniti, che non vogliono che il trattato includa anche le munizioni, a loro giudizio troppo difficili da rintracciare. Russia, Cina, Iran, Pakistan vorrebbero evitare che la convenzione sia troppo esplicita per quanto concerne la questione dei diritti umani e delle autorizzazioni per l’esportazione. L’esempio della Siria mostra quanto sia importante instaurare barriere a un commercio che oggi non ne ha alcuna. “La Russia dice che non infrange nessuna regola, poiché l’Onu non ha decretato nessun embargo sulle armi nei confronti della Siria”, sottolinea Abramson. Per questo motivo, il trattato dovrebbe almeno vietare di vendere armi a tutti gli Stati sotto embargo da parte delle Nazioni Unite e quando vi è la fondata preoccupazione che i diritti umani vengano violati.

Uno studio condotto da Oxfam ha rivelato alcuni mesi fa che dal 2000 al 2010, armi per un valore 2,2 miliardi dollari sono state importate dai Paesi sotto embargo. Praticamente ogni categoria commerciale importante, dalle materie prime, al petrolio, alle banane, è oggetto di accordi internazionali. Le armi convenzionali spesso non sono sottoposte ad alcun regolamento internazionale altrettanto vincolante.

One Response to Armi convenzionali, le speranze dell’Onu

  1. Aglieglie Bratsorf

    11 July 2012 at 09:26

    Jeff Abramson. Eccone un altro. Possibile che tutti i capi di Ong “internazionali” (=USA) per i diritti umani (= policy USA) siano ebrei di New York?