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Mali: mille anime, una guerra

14 July 2012versione stampabile

Scritto per noi da Cinzia Massaro

Mentre una missione tecnica di valutazione dell’Ecowas il 7 luglio si recava in Mali per preparare il terreno in vista di uno spiegamento immediato delle sue truppe, le tante anime del Mali si esprimono. I maliani sono arrabbiati. Arrabbiati con un presidente, Diacounda Traorè, che è ormai in Francia da troppo tempo, la cui assenza ormai sembra una fuga; con un Primo ministro, Cheikh Modibo Diarra, debole e incapace di colmare il vuoto istituzionale creato il 22 marzo scorso dopo il rovesciamento del présidente Amadou Toumani Tourè ad opera dei militari putschisti guidati dal Capitano Sanogo. Militari che, invece, a dispetto delle forti pressioni dell’Ecowas a lasciare la guida del Paese, continuano a essere troppo presenti.

Sono arrabbiate le quasi duemila persone che hanno manifestato sotto la pioggia incessante della stagione a Bamako il 5 luglio scorso, chiedendo la liberazione del nord sotto assedio dei gruppi armati: il Movimento nazionale di Liberazione dell’Azawad (Mnla) oramai sempre più in minoranza dopo gli scontri del 27 giugno scorso a Gao. Sotto assedio di Ansar Dine che invece guadagna sempre più terreno. E mentre i due gruppi prima fanno la pace e poi scatenano la guerra, al nord la situazione precipita. Gli islamisti distruggono millenni di storia in nome di un Islam che non rispetta la storia e le tradizioni (Ansar Dine ha distrutto sette dei 16 mausolei dei santi musulmani di Timbouctou e la porte inviolabile di una delle tre moschee storiche della città, proclamata patrimonio mondiale dell’umanità dall’Unesco il 28 giugno, ndr). A Gao il colera ha già fatto quattro decessi. Gli islamisti coprono di mine i dintorni della città per “accogliere” l’Ecowas e per impedire una possibile controffensiva dell’Mnla. “Si l’armée ne veut pas faire la guerre, qu’on nous donne les moyens de libérer nos terres!”. “Se l’esercito non vuole fare la guerra, allora ci dia i mezzi per liberare le nostre terre”, dice Oumar Maïga, uno dei responsabili del collettivo dei giovani del nord a Bamako. Sono arrabbiati i quasi trecentomila sfollati (secondo fonti dell’Office for Coordination of Humanitarian Affairs delle Nazioni unite) fuggiti dal nord e dalle violenze continue, riversatisi a sud, nelle famiglie di accoglienza e nei pochi centri di accoglienza disponibili.

Ne abbiamo incontrati alcuni nel centro di Niamana a Bamako che accoglie circa venti famiglie provenienti dalle regioni settentionali di Timbuctu, Gao et Kidal. Incontriamo Elmoctar, una lunga sciarpa nera che gli copre il viso e il capo, quando lo toglie ci mostra la sua cicatrice. Una pallottola gli ha attraversato la narice sinistra e la guancia e da allora ha forti problemi di respirazione. «Mi hanno teso un’imboscata e ne hanno uccisi sei dei nostri, noi ne abbiamo colpiti 19 », racconta. Elmoctar appartiene al Movimento di liberazione nazionale Ganda koy, letteralmente “proprietari terrieri”. Elmoctar è a Bamako con la sua famiglia, sua moglie e i suoi tre bambini. I suoi genitori sono rimasti a Gao, troppo vecchi per scappare, quella generazione che sa che morirà dov’è nata, sulla terra che gli appartiene qualunque cosa succeda. Le loro telefonate fanno montare la rabbia, i ribelli approfittano della gente, approfittano delle donne, arruolano i bambini e la gente oramai al nord non ha più nemmeno da mangiare. È scappato per i suoi problemi di salute, ci racconta, ma ha un solo pensiero, ritornare al nord, in un un Mali unito e libero. Vorrebbe ritornare tra le fila del movimento Ganda Koy che adesso ha spostato il suo quartier generale a Sevarè, Mopti, l’ultimo avamposto dell’esercito regolare maliano prima del territorio proclamato “Azawad”. «Se avessimo i mezzi – dice – avremmo già vinto».

I giovani di Gao nel frattempo con il loro movimento di resistenza passiva Noi non ci muoviamo dopo la fuga dell’Mnla fanno sapere che non accetteranno che Mujao, il Movimento per l’Unicità e il Jihad in Africa dell’Ovest, continui a perpetrare violenze. “Se l’esercito maliano arriverà qui, noi combatteremo a loro fianco”, dicono. Mahmoud Dicko, il presidente dell’Alto consiglio islamico, richiama tutti i musulmani del Mali all’unità e afferma che solo l’unità tra tutti loro potrà portarli alla soluzione della crisi che attanaglia il paese e che nessuno potrà salvare il Paese se non i maliani stessi. Ma l’unità è ancora lontana, mentre l’ecowas minaccia di non riconoscere più il governo maliano se un governo di unità nazionale non verrà creato entro il 31 luglio, i movimenti patriottici pro-putschisti organizzano un contro- summit a Bamako, difficile la coabitazione tra le tante anime del Mali, vincerà il cambiamento o l’ancien regime e le vecchie divisioni?