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Francia: tra democrazia sociale e licenziamenti di massa

16 July 2012versione stampabile

Da Marsiglia,
Bruno Giorgini

E’ stata una settimana intensa. Erano ancora calde le sedie della conferenza sociale tra governo socialista, sindacati, padroni piccoli e grandi, associazioni varie della società civile per tentare un dialogo in vista di un nuovo patto tra produttori, quando la direzione di PSA, la company dell’auto Citroen – Peugeot, ha comunicato che per l’anno prossimo è prevista la soppressione di 10.000 posti di lavoro, di cui 8000 in Francia, con la chiusura totale della fabbrica di Aulnay sous Bois, in Seine St. Denis, banlieue rossa di Parigi, dove lavorano a tutt’oggi 3000 operai. Con l’indotto i posti in meno aumentano fino a 40.000 (si calcola che ogni posto nella fabbrica madre corrisponda a 3- 4 posti nelle officine esterne).

MARTIN BUREAU/AFP/GettyImages

Un annuncio “brutale” per i lavoratori, per dirla col presidente Hollande, che è anche una martellata a qualunque ipotesi di cosiddetta “democrazia sociale”, su cui il governo ha scommesso molto, nonché una radicale messa in discussione, se non riduzione quasi a zero dell’autorità dello stato e del presidente, una riduzione, quasi disprezzo, dell’autorità politica democraticamente eletta, da parte dei grandi capitalisti, in nome delle leggi del mercato e del profitto. Il governo aveva infatti anche annunciato un piano di aiuti al settore auto per la fine di luglio, ma PSA ha fatto orecchie da mercante, è proprio il caso di dirlo, lanciando con fracasso mediatico la sua ristrutturazione. Intanto arriva il 14 luglio, festa della Rivoluzione e della presa della Bastiglia, con una mega parata militare e un presidente sull’attenti di fronte a un profluvio di generali e di armi di tutti i tipi che sfilano lungo i Campi Elisi. Poi in televisione Hollande scandisce: lavoro, giustizia, crescita queste le mie priorità, e da questo punto di vista il piano di PSA è del tutto inaccettabile, e non sarà accettato , aggiungendo: i dirigenti di PSA hanno mentito ai lavoratori e a tutti i francesi, nascondendo la situazione durante la campagna elettorale per non nuocere a Sarkozy (il PDG di PSA aveva più volte detto che nessuna fabbrica sarebbe stata chiusa). E rincarando la dose: si parla del costo del lavoro, ma non delle centinaia di milioni di euro (250 circa), che gli azionisti si sono spartiti l’anno scorso. Stando alle parole comincia un braccio di ferro del tutto inedito tra autorità politico statale e un grande gruppo industriale.

Già le parole. Durante la conferenza sociale ministri/e hanno bandito le dizioni “austerità” e “rigore”, così come “costo del lavoro” e “flessibilità del mercato del lavoro”. Insomma il primo cambiamento è nel linguaggio, e nell’ordine del discorso. Prima vengono les salaries et le travail, i salariati e il lavoro, poi protezione sociale e crescita, quindi ricerca sviluppo e produzione, perfino la riconversione ecologica sopravanza su produttività e profitto, quasi cancellate. E ogni volta che un ministro viene intervistato c’è la buffa situazione di domande su austerità e rigore, cui l’intervistato risponde con giustizia, eguaglianza, crescita. Oltre le parole e l’ordine del discorso, ci sono alcuni annunci significativi. Il primo, ribadito di fronte alle parti sociali in modo solenne, come si dice qua, la Francia non metterà nella sua Costituzione la “regola d’oro”, cioè il pareggio di bilancio, e chissà come la prenderà madame Merkel. Invece per legge costituzionale diventerà un obbligo la consultazione tra le parti, essenzialmente padroni e sindacati, in caso di ristrutturazione che metta in discussione il lavoro, i posti di lavoro, nonché l’obbligo dell’avvio di una fase di concertazione. Non è chiaro cosa accada in caso di fallimento della stessa. Infine è stato detto e ridetto che cambierà in profondità la politica fiscale, in particolare “ la protezione sociale non può pesare solo sulle spalle dei lavoratori salariati”, ma anche padroni e ricchi di ogni dove dovranno fare la loro parte, con a cascata nuove tasse sul patrimonio, sui capitali, sulle transazioni finanziarie. Certo per ora si tratta solo di intenzioni, ma destinate a pesare nel dibattito pubblico. Si chiude la conferenza e poche ore dopo, guarda caso!, l’ordine capitalista del discorso torna a occupare la scena con l’annuncio di PSA, 8000 posti di lavoro soppressi in Francia. In particolare colpisce la chiusura degli stabilimenti Citroen a Aulnay-sous-Bois, la fabbrica degli operai ribelli per antonomasia. Per anni viene gestita dalle assunzioni ai turni al cottimo, attraverso un sistema clientelare che viaggia tra il paternalismo e la repressione, con un sindacato aziendale CSL braccio diretto del padrone a fare il bello e cattivo tempo, e la CGT ridotta a pochi militanti semiclandestini. Poi nel 1982, un anno dopo che la sinistra, PCF e PS, ha vinto, Mitterand è il nuovo presidente della Repubblica, al governo siedono socialisti e comunisti, per un motivo che nessuno più ricorda, scoppia uno sciopero selvaggio che dura cinque settimane, e in fabbrica, per dirla con le parole di uno dei protagonisti “torna la libertà” “uno sciopero per la dignità” dice un altro, uno sciopero che ottiene anche consistenti aumenti salariali. Il blocco è durissimo, la direzione organizza addirittura voli di elicotteri che atterrano sul piazzale interno sbarcando crumiri per rompere lo sciopero, ma non basta. Il CSL viene letteralmente spazzato via quando tenta di opporsi anche fisicamente, i suoi militanti buttati fuori a forza, alle elezioni dei delegati successive la CGT conquista il 52% dei voti, il CSL si annichila.

Lotte quelle degli operai di Citroen Aulnay che continuano, fino ai grandi scioperi del 2005 e 2007, insomma la direzione di PSA vuole chiudere uno dei luoghi dove la lotta di classe abita in permanenza, e la rivolta operaia è sempre lì a un pelo. Il senso della chiusura è tutto politico, se i padroni sfondano a Aulnay l’intera classe operaia francese, e quindi l’intera sinistra, sarà più debole, lo dicono e lo urlano gli operai che entrano in sciopero subito dopo l’annuncio, i deputati socialisti e comunisti, il sindaco di Seine St Denis, accorsi ai cancelli. La discussione è accanita, poi a fine giornata si decide di aspettare per lo sciopero il rientro dalle vacanze agli inizi di settembre. I lavoratori rientrano in fabbrica, ma la produzione va molto a rilento, in più punti è interrotta. E arriva l’arte francese della guerra con la sfilata militare del 14 luglio, mentre in cielo volano le frecce tricolori francesi, e vien in mente che non più tardi di una decina di giorni fa, i piloti della protezione civile erano in sciopero perché non hanno i soldi per la benzina dei loro aerei. E’ un’orgia di armi e soldati, coi paracadutisti che calano nel centro di Parigi, e i cavalieri che caracollano sull’asfalto, il presidente impettito a bordo di una jeep contornato da generali. Il fatto è che la sinistra francese fin dalla Rivoluzione dell’89 passò direttamente dalla presa della Bastiglia alla difesa della nuova patria rivoluzionaria contro i nemici reazionari e realisti che la minacciavano dentro e fuori i confini, arruolandosi in massa nell’esercito comandato da un oscuro tenente d’artiglieria fatto in fretta e furia generale, Napoleone Bonaparte. Lo stesso accadde al tempo della Comune, quando la borghesia spalancò le porte di Parigi insorta alle truppe prussiane, ma lì la guardia nazionale comunarda fu purtroppo sconfitta. Sinistra patriottica, il patriottismo è l’amore verso i propri concittadini, distinto se non opposto, dal nazionalismo che è invece l’odio verso gli altri, questa la definizione che danno. Il che nulla toglie al grottesco di questa pomposa messa in mostra degli arnesi della guerra, molto amata va detto dai francesi che applaudono, e quest’anno anche Marsiglia ha avuto diritto alla sua mostra d’armi. Infine il discorso di Hollande in TV, di cui abbiamo in parte già detto. Adesso lo scontro è aperto, tra il governo e PSA, tra operai e padroni di PSA, ma anche altri un po’ ovunque in Francia, e poi l’Europa dove Hollande ha confessato, sorridendo ma non troppo, di sentirsi un po’ solo in quanto unico capo di stato appartenente alla sinistra.

Se questo scontro troverà dei punti di mediazione, e quando, è difficile dire. Dopo le dichiarazioni del presidente, accusato da molti liberisti e non di mettere i piedi in un piatto, quello delle scelte economiche e di mercato di una grande multinazionale, che non è il suo, la direzione di PSA tace, ma settembre è dietro l’angolo e a fine luglio il governo presenterà il suo piano per l’auto. Perché una domanda inevasa rimane: quale sia il futuro dell’auto in Francia, e nel mondo. Forse un futuro non esiste, e allora? Insomma viva la lotta di classe e viva la lotta istituzionale volta a limitare i poteri del grande capitale, ma senza un nuovo modello di lavoro, produzione, sviluppo e vita associata, il che implica nuovo modello energetico e di consumo e uso delle risorse, nonché nuovo modello di mobilità eccetera, il discorso rischia di rimanere monco e zoppicante. Un nuovo modello non nell’utopia, il luogo che non esiste, ma nell’oggi, al massimo domani, e nella pratica. Qui il contributo di forze come il Front de Gauche e dei verdi potrebbe essere importante, speriamo.