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Hormuz e la guerra del petrolio

16 July 2012versione stampabile

Christian Elia

L’inaugurazione è avvenuta ieri, 15 luglio 2012. Un bastimento con un carico si oltre 500mila barili di greggio provenienti dal campo petrolifero di Habshan, nell’emirato di Abu Dhabi, sono transitati dall’emirato di Fujeirah direttamente nel Golfo dell’Oman. Detto così pare poca cosa, ma in realtà è una piccola rivoluzione: il carico, infatti, non è transitato dallo Stretto di Hormuz.

Hamed Jafarnejad/AFP/Getty Images

Significa che per la prima volta, sotto gli occhi dell’Iran, l’oro nero si è spostato senza passare dal controllo della via di mare più strategica del pianeta, quella che gli ayatollah minacciano di chiudere al passaggio delle navi ogni volta che si sentono in pericolo, paventando una crisi energetica in tutto il mondo.

Una mossa non inattesa, ma comunque di grande portata. Basta pensare che nei giorni scorsi nella Maijlis, il parlamento iraniano, un deputato chiedeva di approvare un decreto per impedire alle navi degli stati europei che si sono uniti all’embargo contro l’Iran di transitare dallo Stretto di Hormuz.

Che rimane un punto chiave del pianeta, tanto che fonti governative Usa hanno annunciato la creazione e la dislocazione nello Stretto di unità robotiche silenti, pronte a intervenire al minimo accenno da parte delle unità navali iraniane di chiudere lo stretto al passaggio delle petroliere.

La tensione resta alta, dunque, ma l’apertura della pipeline di Fujeirah (pieno regime ad agosto, condotto da 360 chilometri, prima pietra posata nel 2008) consente di bypassare il problema per un ingente carico di oro nero.

Secondo quanto dichiarato da Hamad bin Mohammed Al-Sharqi, l’emiro di Fujeirah, la portata del condotto è di 1.5 milioni di barili al giorno, fino a un massimo di 1,8 milioni di barili. Tanto petrolio, considerando che l’attuale produzione di tutti gli Emirati Arabi Uniti, al giorno, è di 2.5 milioni di barili al giorno.

La strategia della tensione nei confronti dell’Iran si arricchisce di una nuova arma. Proprio mentre, nel silenzio dei media generalisti, in Arabia Saudita la tensione nella comunità sciita continua a salire. Dopo gli scontri dei giorni scorsi, nella regione orientale del Paese, a maggioranza sciita, dove migliaia di persone hanno manifestato ad Al Qatif, subito dopo i funerali di un uomo ucciso domenica dalla polizia. L’omicidio era avvenuto durante le proteste scoppiate per l’arresto di un leader religioso sciita che si era rivolto così alle autorità saudite.

”Perché – aveva chiesto provocatoriamente lo sceicco Nimr Al-Nimr, leader sciita – non attaccate i Paesi stranieri? Perché attaccate noi, poche decine di povere anime, se un paese straniero è responsabile. Allora attaccate la fonte del problema, attaccate l’Iran. Se pensate che il problema sia l’Iran, attaccatelo e vedremo cosa sarete capaci di fare”.

Lo sceicco ha toccato il cuore del problema: gli sciiti sauditi si sentono minacciati e discriminati, il governo li accusa di essere fomentati e pagati da Teheran, nella lotta per il dominio regionale. Lo stesso discorso per il Bahrein, dove gli sciiti sono addirittura la maggioranza della popolazione.

Tensioni che giungono nel momento sbagliato, quando l’inviato delle Nazioni Unite per la crisi siriana, Kofi Annan, aveva aperto agli iraniani per il tavolo di concertazione su una soluzione della crisi siriana. In Siria, infatti, la minoranza alevita al potere con il clan Assad è da sempre vicina all’Iran e agli sciiti. La Russia, cogliendo l’attimo, non ha fatto mancare (unico stato del Consiglio di Sicurezza) una dura condanna della repressione del governo saudita a danno degli sciiti. La partita è ancora lunga.