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Usa, la rivoluzione del gas

17 July 2012versione stampabile

Luca Galassi

Da consumatori che erano, gli Stati Uniti stanno rapidamente diventando uno dei più grandi produttori di idrocarburi al mondo. Quando Obama è stato eletto, Washington importava quasi i due terzi del petrolio necessario al suo fabbisogno. Oggi, tre anni dopo, quella quota si è dimezzata, ed è in brusca diminuzione. Sempre tre anni fa, il carbone dominava nella produzione di energia elettrica. Lo scorso mese, il gas naturale lo ha soppiantato, diventando la prima fonte energetica del Paese.

Mlanden Antonov/Afp/Getty Images

 

I dati del consumo di gas sono così sorprendenti che gli analisti vaticinano che gli Usa diventeranno nel 2020 la nuova Arabia Saudita, con 15 milioni di barili giornalieri di energia liquida, contro gli 11 milioni di barili del Paese del golfo. Molto del merito di questa rivoluzione energetica va agli investitori del settore privato, da sempre innovatori nell’economia del Paese, che hanno intelligentemente previsto che le condizioni dello scorso decennio, con i prezzi del petrolio alle stelle, non sarebbero state più sostenibili. Da qui la necessità di diversificare le fonti di approvigionamento, investendo sulle allora anti-economiche risorse del gas metano contenuto negli scisti bituminosi. Questi giacimenti, sfruttati con l’ormai nota – e contestata – tecnica del fracking (fratturazione), sono l’ultima frontiera energetica.

La rivoluzione provocata da questa nuova risorsa ha modificato completamente lo scenario ‘verde’ al quale Obama promise di condurre gli Stati Uniti nel torno di pochi anni. Negli ultimi 12 mesi gli Stati Uniti hanno registrato le temperature più elevate della storia. Su 12 anni, dal 2000, dieci sono stati, secondo la Nasa, i più arroventati di sempre. I recenti incendi in Colorado e la siccità in Texas completano il quadro. Le prove del riscaldamento globale non sono mai state così stringenti, eppure mai come oggi la volontà di contrastare l’inaridimento di una nazione è risultata così debole in sede di governo. A modificare l’atteggiamento di Obama ha contribuito anche la nuova abbondanza energetica del gas.

E non solo Obama: nel 2008, John McCain, il candidato repubblicano, aveva stilato un avanguardistico piano per tagliare le emissioni di carbonio. Nel 2012, il suo omologo Mitt Romney, evita accuratamente di sfiorare l’argomento. Un solo fatto si staglia a monito della delicatezza della questione ambientale: la fratturazione idraulica ha creato 600mila posti di lavoro negli Stati Uniti dal 2009. L’equivalente dei lavoratori licenziati dai governi statali e locali nello stesso anno.

Il Financial Times definisce un ‘suicidio politico’ la proposta di nuovi tagli sul carbone, in vista delle elezioni di novembre. Gli Stati Uniti hanno tagliato le emissioni di carbonio del 7 percento dal 2007. L’Europa del 10 percento. Secondo gli analisti, la riduzione non è dovuta solo al passaggio dal carbone al gas, ma anche al crollo della produzione industriale. Se l’economia mondiale raddoppierà nei prossimi 20 anni, contestualmente aumenteranno le emissioni (le previsioni sono di circa il 50 percento da qui al 2030). Se anche Obama, qualora rieletto, riuscirà a mettere sul tavolo del suo secondo mandato la questione ambientale e il tetto alle emissioni, dovrà vedersela non solo cone Paesi come India e Cina, ma con i cittadini del North Dakota, del New Mexico e dell’Ohio. E’ infatti qui che il boom del gas ha creato il maggior numero di posti di lavoro – dal nulla – di tutti gli Stati Uniti.