home » esteri » americhe » Occupy The Hood

Occupy The Hood

18 July 2012versione stampabile

Enrico Piovesana

“Quando l’America ha il raffreddore, l’America nera ha la polmonite”, dice un proverbio in voga tra gli afroamericani. La crisi economica non fa eccezione, colpendo con particolare virulenza la popolazione di colore.

La maggior parte degli americani che hanno perso il lavoro e la casa negli ultimi anni vive nelle periferie popolari delle metropoli americane, negli ‘hood’ abitati in prevalenza da neri e ispanici. Il tasso di disoccupazione, al 9 per cento tra i bianchi, è schizzato al 16 per cento tra gli afroamericani. Su tre case pignorate dalle banche lo scorso anno, due appartenevano a neri.

La recessione ha ampliato il gap sociale tra americani bianchi e non: il tasso di povertà, al 10 per cento tra i bianchi, è salito al 27 per cento tra i neri e ispanici, il loro reddito medio si è ridotto a un ventesimo di quello dei bianchi, l’accesso ai servizi sanitari e all’istruzione registra crescenti disparità su base razziale, la percentuale della popolazione carceraria di colore è in aumento.

Una discriminazione che rischiava di riflettersi anche nel movimento di protesta di Occupy Wall Street, sorto proprio in reazione alle crescenti ingiustizie sociali provocate dalla crisi. Non fosse stato per l’idea di un assistente sociale di colore di New York, Malik Rhasaan, e di una parrucchiera di Detroit, anch’essa di colore, Ife Johari Uhuru: fondatori, insieme ad altri, dell’anima ‘black’ del movimento, Occupy The Hood.

“Noi afromericani, insieme agli ispanici, siamo la parte più malmessa del 99 per cento”, scriveva mesi fa Mailk lanciando su Facebook l’idea di Occupy The Hood. “Ma quando sono andato a Zuccotti Park mi sono reso conto che non di fratelli neri o di latinos ce n’erano ben pochi. Le nostre comunità, i nostri quartieri, devono avere voce in questo movimento, perché non possiamo rimanere esclusi da questa lotta per il progresso verso un nuovo sistema economico”.

L’iniziativa, nata virtualmente su Facebook e Twitter, ha ricevuto il sostegno di noti esponenti delle comunità afroamericana – dal filosofo socialista Cornel West al magnate dell’hip-hop Russell Simmons – ha rapidamente attecchito negli ‘hood’ afroamericani e ispanici delle principali città degli Stati Uniti: New York, Los Angeles, Washington, Detroit, Pittsburgh, Seattle, Philadelphia, Atlanta, Boston, Dallas, Cincinnati, Portland, St.Louis, Cleveland, Richmond e altre ancora.

Gli aderenti agli Occupy The Hood locali – spesso provenienti da esperienze di militanza politica e sociale in associazioni di quartiere e di volontariato, organizzazioni per i diritti civili e gruppi di sinistra – hanno iniziato a partecipare agli incontri e alle attività del movimento Occupy delle rispettive città, portando le loro istanze, le problematiche sociali dei loro quartieri e la loro carica ‘rivoluzionaria’, promuovendo campagne e iniziative di protesta.

Per avere un’idea delle coordinate ideologiche del movimento basta dare un’occhiata al suo sito internet ufficiale, dove sono elencati i nomi di personaggi e movimenti cui Occupy The Hood rende omaggio per il loro “grandioso sacrificio” ed “esempio rivoluzionario”: da Martin Luther King jr. a Malcolm X, da Che Guevara alle Pantere Nere.
(Segue seconda parte)