home » esteri » asia e pacifico » Asean, la disunione del Sudest asiatico

Asean, la disunione del Sudest asiatico

19 July 2012versione stampabile

Gabriele Battaglia
@Chen_the_Tramp

Appena il ministro degli Esteri filippino Alberto del Rosario ha cominciato a sollevare la questione estremamente sensibile del Mar Cinese Meridionale, il microfono si è improvvisamente spento.
È successo la settimana scorsa al summit dell’Association of Southeast Asian Nations di Phnom Penh. Un inconveniente tecnico, hanno subito precisato i padroni di casa cambogiani. Forse qualcosa di più sinistro, hanno sospettato alcuni diplomatici lì presenti, frustrati dai “niet” della Cambogia per inserire l’argomento nell’ordine del giorno.

HOANG DINH NAM/AFP/GettyImages

L’Asean ha fallito. L’organizzazione che unisce dieci Paesi del Sudest asiatico e che vorrebbe trasformarsi in una sorta di Unione Europea d’Oriente entro il 2015, ha concluso il suo ultimo summit cambogiano con un risultato imbarazzante: nessuna presa di posizione comune sulla grande patata bollente, le rivendicazioni che nel mar Cinese Meridionale contrappongono Vietnam, Filippine, Brunei e Malaysia alla Cina. E quindi, data la spaccatura interna, per la prima volta nei 45 anni di storia dell’organizzazione non è stato redatto nessun comunicato finale.
Per un’associazione di Stati che ha scelto come motto “Una comunità, un destino”, non c’è male.

Da presidente del vertice, la Cambogia ha impedito alle Filippine di inserire nella bozza di comunicato ogni riferimento alle tensioni con la Cina per la “secca di Scarborough” (isola Huangyan per Pechino) rivendicata da entrambi i Paesi. Phnom Penh ha insistito sul fatto che si tratta di una controversia bilaterale, ha sposato cioè totalmente la linea di Pechino.

Nel tratteggiare la linea di demarcazione tra le acque territoriali dell’area, la Cina si rifà a una mappa disegnata dal governo nazionalista negli anni Quaranta e a ragioni storiche. Non per nulla – dicono a Pechino – si chiama “mar Cinese Meridionale”; e gli arcipelaghi delle Paracel e delle Spratly sono stati riconosciuti per centinaia di anni come parte integrante della nazione cinese.
I confini della mappa in questione appaiono quindi come “una lingua che lambisce le coste degli altri Paesi” (definizione comparsa sui media anglosassoni qualche tempo fa), per un territorio che si prolunga di migliaia di chilometri a sud della provincia di Hainan, la più meridionale del Dragone. In un gesto molto assertivo, Pechino ha per altro deciso qualche giorno fa di costituire una nuova prefettura proprio in un isolotto a sud di Hainan “per amministrare le isole Xisha, Zhongsha, Nansha e le acque circostanti nel Mar Cinese Meridionale” (Xinhua dixit).

Il governo di Manila, invece, sostiene che la Cina abbia rivendicato l’isolotto di Scarborough solo dal 1940 e che questo ricada, per prossimità geografica, nel proprio territorio. In effetti, lo scoglio dista a poco meno di 160 chilometri dalla costa filippina, facendone quindi, secondo la Convenzione delle Nazioni Unite sui Mari del 1982, parte integrante della sua zona economica esclusiva.

Il senso profondo di questa vicenda, al di là delle specifiche rivendicazioni, risiede nell’ormai evidente capacità della Cina di esercitare – esplicitamente o implicitamente poco conta – pressioni sui Paesi limitrofi in virtù del proprio peso economico.
Schematizzando: gli Stati Uniti esercitano un proprio controllo militare sull’area, soprattutto perché Vietnam e Filippine guardano sempre più a Washington come deterrente contro le mire cinesi; la Cina, mentre si attrezza comunque militarmente, spacca l’Asean grazie alla sua forza economica. In nessuno dei due casi si tratta di soft power – la capacità di conquistare cuori e menti – bensì del buon vecchio potere “hard”, quello esercitato a forza di portaerei e di denaro, alternativamente spesi a seconda delle circostanze.
Finché non si arriverà a un conflitto esplicito, la strategia cinese del denaro sonante appare però vincente.

Nel 2011, gli investimenti diretti della Cina in Cambogia sono stati di 1,2 miliardi di dollari, dieci volte superiori a quelli statunitensi. Analoghi investimenti e accordi commerciali bilaterali stanno impennandosi anche nei vicini Myanmar e Laos.
Ce n’è a sufficienza per mandare in frantumi l’unità dell’Asean, la presunta “Unione” del Sudest asiatico che tanto unione non è.