home » diritti » Siria, si continua a combattere a Damasco. Nessuna notizia di Assad. Mosca: “È lo scontro decisivo”

Siria, si continua a combattere a Damasco. Nessuna notizia di Assad. Mosca: “È lo scontro decisivo”

19 July 2012versione stampabile

Poliziotti chiudono l'accesso al luogo dell'attentato (STR/AFP/GettyImages)

Si combatte ancora a Damasco, la capitale finora risparmiata dalla guerra civile in cui è degenerata la coda siriana della Primavera araba. Secondo l’Osservatorio siriano dei Diritti umani, solo ieri sono morte 214 persone negli scontri che sono seguiti all’attentato in cui sono rimasti uccisi il cognato del presidente Assad nonché viceministro della Difesa, Asef Shawkat, il ministro della Difesa Dawood Rajiha, e l’ex ministro della Difesa, uomo chiave della vicepresidenza, Hassan Turkmani. Elicotteri da combattimento si sono levati in volo e hanno cominciato a sparare sulle aree della città in cui si andavano concentrando i soldati del Libero esercito siriano, la formazione che ha rivendicato l’attentato di ieri. Non da sola, però, perché l’uccisione dei tre ufficiali di vertice, membri dell’unità speciale di crisi incaricata di schiacciare la rivolta, sarebbe opera anche della Brigata dell’Islam, una formazione finora sconosciuta che però conferma che la crisi siriana fornirebbe a milizie islamiste, soprattutto sunnite, il contesto ideale per infiltrarsi e per prendere parte alla destabilizzazione del Paese.

Un rischio che è ben chiaro alle diplomazie impegnate nella soluzione del dramma siriano. Anche ieri, secondo quanto riferito dall’agenzia Reuters, il presidente Usa Barack Obama avrebbe sentito al telefono l’omologo russo, Vladimir Putin, principale sponsor di Bashar al Assad, per tentare di convincerlo ad abbandonare il suo protetto. Dello stesso Assad per ora non si hanno notizie. È certo che l’attentato di ieri debba averlo scioccato, per il fatto che a premere il detonatore è stata una delle guardie del corpo al servizio dell’inner circle del presidente siriano. E perché finora i ribelli non avevano mai colpito nel cuore del regime, in quel quartiere, Rawda, che opsita ambasciate e palazzi del potere. Intanto secondo flash d’agenzia diffusisi nella mattinata, i ribelli starebbero marciando verso la tv di Stato, altro segnale di allarme per un regime che ha incassato un colpo micidiale provando a dare l’impressione che tutto continui come prima.

Estremamente rapida è stata la designazione di un nuovo ministro della Difesa, il generale Fahd Jasem el Frei, nominato nemmeno un’ora dopo la morte del suo predecessore, per impedire che si diffonda l’idea di un vuoto di potere, di uno Stato paralizzato. Ma l’azione di ieri segna una svolta. Non è un caso che fonti della Casa Bianca abbiano dichiarato espressamente che “Assad sta perdendo il controllo”. Anche da Mosca, il ministro della Difesa russo Sergei Lavrov ha parlato di “battaglia decisiva”. E proprio a Mosca sembra esser fuggita la moglie di Assad. Se pare ormai chiaro però che lo spazio di manovra del leader siriano e del regime si sia ormai ridotto considerevolmente, anzi sia quasi scomparso, non è chiaro chi possa farsi garante della transizione. E intanto gli analisti statunitensi, per i quali è forte il rischio che l’arsenale di armi chimiche del regime possa finire nelle mani di al Qaeda, danno gli ultimi ritocchi agli studi di scenario su una Siria senza Assad e monitorano il rischio che la crisi si estenda a Giordania, Israele, Iraq, Libano e Turchia.