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La fine è un concetto relativo

23 July 2012versione stampabile

Avrei voluto raccontarvi la mostra più suggestiva di questi quattro mesi a Berlino. La sensualità dei corpi nudi delle donne di Helmut Newton e il fascino provocatorio di quegli scatti che hanno osato al punto di distorcere e trasformare per sempre il confine tra arte e nudità, moda e pornografia. Fantasie proibite intrise di lussuria, sadismo e un freddo, preciso, culto della bellezza. Sapevo anche come intitolarlo il pezzo che non ho mai scritto. E che non ho scritto perché non poteva essere quello l’ultimo pezzo di Berlin Café, penso, battendo sui tasti la sensazione che questo sarà in effetti proprio l’ultimo.
L’ho letto in quel bell’articolo che Maso Notarianni ha scritto la scorsa settimana, annunciando l’imminente chiusura di E-il Mensile e, insieme, del progetto giornalistico che lo ho preceduto, Peacereporter. Un’avventura che durava da moltissimi anni. Mi sono resa conto, dopo aver letto quelle righe, che Helmut dovrà aspettare un altro blog per non rendersi inopportuno. Ma mi sono detta anche che mai sarei scivolata nel cliché di un finale di cordoglio. Anzi, niente finale. Che la “fine” non mi è mai piaciuta, di nessuna cosa. Per questo ho deciso di raccontare l’inizio.

Era ottobre e Milano era contornata da una gigantesca ombra grigia. Mi trovavo lì di passaggio e avevo appuntamento con Maso e Gianni Mura per discutere alcune proposte che sarebbero finite su E-il mensile di gennaio, ma questo ancora non lo sapevamo. Di Maso ho visto prima i capelli. Poi, man mano che la sua sagoma si faceva più prossima, ho riconosciuto lui. È proprio come nella foto del suo blog, ma con molte più sigarette. Sorridente e gentile.
Ci siamo conosciuti e ho conosciuto la squadra. Perché questa è l’impressione che mi hanno dato i giornalisti di E quel pomeriggio nella redazione di Milano. Di essere anzitutto un gruppo. Di amici. Di persone che condividono valori, accomunati da una grande ambizione. Che non è il lavoro del giornalista fine a sé stesso, ma i messaggi, i significati e i concetti che ci fanno arrivare attraverso questo medium. Il giornalismo come strumento partecipato per (contro)informare liberi. Tra sperimentazioni, esperienza e spazio alle idee.

London Café, il predecessore di questo blog, ha preso forma in un momento strano della mia vita. Che poi credo sia il momento strano della vita di tanti altri quasi-trentenni intrappolati nella generazione del vorrei-ma-non-posso. Tanti anni di studio e formazione con grandi ambizioni ma scarse prospettive, le fabbriche di tirocinanti nell’illusione della meritocrazia, un’Italia da svecchiare e l’estero per emanciparsi. London Café è capitato in una fase di ricerca e ridefinizione di identità, ed ha finito col raccogliere qualche frammento delle frustrazioni ma anche della voglia di riscatto di noi “generazione con la valigia in mano”. E gli amici di E hanno lasciato che London Café, tra una divagazione e l’altra, li raccogliesse quegli sfoghi di uno e di tanti.
Dopo Londra, Berlino. A pochi mesi di distanza, nei quali qualcosa nella mia vita sembrava aver trovato un ordine, anche se solo per un po’. E in ogni caso sempre lontano da casa, come una felice maledizione. Mi chiesero di continuare a scrivere il seguito di quell’esperienza. «Ci siamo affezionati», mi aveva detto uno di loro. E mi ero affezionata anch’io. Perché da ogni singolo post tornava indietro qualcosa di molto speciale. Piccoli insegnamenti, consigli, idee, confronto, rapporti umani. Ciascuno degli amici di E con cui sono entrata in contatto mi ha trasmesso qualcosa, rendendo questo blog un’esperienza tautt’altro che “virtuale”.

Così oggi sono dispiaciuta ma non sono triste. Chiude E-il mensile, ma sono certa che non finisce tutto l’impianto umano e l’energia che ne ha fatto un progetto unico. E poi mi piace pensare alla “fine” delle cose come a un concetto relativo. Che, superata quella sensazione di vaghezza e di sospensione delle cose nel tempo e nello spazio che pure disorienta, apre a nuovi inizi. Di percorsi inesplorati, di chiavi ulteriori e possibili ancora tutte da interpretare. Un esercizio di fantasia che ci prepara al fatalismo delle cose. Un esercizio utile soprattutto a quelli che in Italia oggi hanno la mia età, che quell’esercizio mi sa che dovremo farlo per tutta la vita.

2 Responses to La fine è un concetto relativo

  1. nicola pisu

    24 July 2012 at 15:54

    Come volontario Emergency, penso che sia un peccato non poter più parlare del mondo che vorremmo attraverso il mensile, anche se a dire il vero ho sempre avuto delle perplessità sul buttarsi in un progetto editoriale…Mi mancherà E e soprattutto le sue finestre su London e Berlin, dove si affacciava la conterranea Carlotta.
    Buona fortuna, N.

  2. Andrea L

    4 September 2012 at 18:36

    Chiude? Come mai?