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I ragazzi delle serali all’Itis di Firenze

25 July 2012versione stampabile

I ragazzi delle serali dell’Itis ‘Leonardo Da Vinci’, Firenze

S., 17 anni. Oggi il diploma serve. Non c’è lavoro. Mi hanno bocciato una volta in prima media. Quella è stata un po’ un’ingiustizia, perché come si fa a bocciare un bambino che esce dalle elementari, che ha voglia di giocare, di divertirsi. La bocciatura dovrebbe aiutare, non punire. Quella volta non l’ho capita, ma dopo sì, è stata colpa mia. Mi hanno bocciato due volte all’alberghiero. Sempre in prima. Non ho mai acquisito un metodo di studio. Principalmente è stata colpa mia. Ho fatto l’imbianchino e il muratore. Ho visto che il lavoro è molto duro, e per fortuna posso ancora permettermi di scegliere. Ho scelto di continuare alle serali. Sono cosciente che non posso più buttare via tempo inutilmente. E il diploma è utile. Necessario.

Stefano, 42 anni. Lavoro in un’azienda meccanica. Son tornato perché mi mancava qualcosa. Ho smesso a 16 anni, poi non avevo voglia, ero distratto, disordinato, indisciplinato. Ho iniziato a lavorare, per 25 anni sono rimasto lontano dal mondo scolastico. Non sono tornato per esigenze professionali, ma perché mancava qualcosa che mi completasse. Sentivo un vuoto. Volevo arricchirmi. Sto prendendo il diploma per geometri.

Ultimo giorno di scuola all'Itis Da Vinci, foto Luca Galassi

 

Giuseppe Bianchi, 28 anni. Nella scuola dell’obbligo non ho mai incontrato difficoltà. I problemi sono cominciati alla fine delle medie. Non erano legati al rendimento, ma alle situazioni comportamentali, al carattere esuberante, esibizionista. Venivo preso di mira per questo da parte dei professori. A volte, anche se non avevo fatto niente. Avrei voluto fare un percorso prettamente tecnico nella formazione superiore, immaginavo il perito informatico, una strada professionalizzante, ma questa mia idea si scontrava coi professori, che pensavano che sarei stato sciupato negli istituti tecnici o professionali. Fui così letteralmente dirottato, le mie aspirazioni non vennero ascoltate. Lo dico senza alcun rimprovero per i professori. Mi ritrovai al Liceo scientifico. I primi due anni e mezzo andarono abbastanza bene. I presagi delle medie cominciavano ad avverarsi, ma lo imputavo alla fase turbolenta dell’adolescenza. Un po’ le frequentazioni, le delusioni amorose, la mancanza di una figura che mi indirizzasse. Mi applicavo poco e in maniera superflua, non riuscivo ad arrivare a una sintesi, e come conseguenza la mancanza di risultati si è tradotta in una demotivazione. Nel Natale del 2001 cominciai a pensare seriamente ad abbandonare gli studi. I miei non volevano, cercavano di farmi desistere. Vedevo intorno i ragazzi che lavoravano e avevano il loro stipendio. Io non avevo più stimoli, arrancavo, ero in crisi.

Cominciai a frequentare una cattiva compagnia, a fare uso di sostanze stupefacenti. Ero perso, disorientato. In terza superiore mi sono ritirato dalla scuola. Era il 20 febbraio del 2001, il giorno del mio compleanno. Ho trovato subito lavoro in una rimessa di materiali edili, è stata soddisfacente sebbene dura, passavo dieci ore al giorno a caricare camion pieni di cemento. A sera era stanco, pensavo di aver colmato quel vuoto che era andato a crearsi con la mancanza della scuola. Invece, se da una parte il lavoro andava bene, di pari passo continuavo a sentire che mancava qualcosa. Ho passato due anni di nichilismo puro, di auto-annientamento. Ho conosciuto la peggiore delle droghe, mi hanno preso per i piedi, ma grazie alla famiglia ne sono uscito. Sono loro eternamente grato. In quel periodo non sapevo più che fare. In preda a una crisi, una sera sono arrivato a casa e mi tremavano le mani. Dissi a mia madre: che posso fare? Mi rispose: perché non torni a scuola? La mandai a quel paese. Poi provai.

Da allora è cominciato un processo graduale di acclimatazione coi libri, a fine agosto 2003 rassegnai dimissioni al lavoro, una vendemmia in mezzo e cominciai le serali, che mi cambiarono la vita. Sono state terapeutiche. Avevo l’idoneità per il terzo anno ma ricominciai daccapo, per far le cose per bene e acquisire gli strumenti. Ho fatto tabula rasa delle vecchie conoscenze. Lavoravo anche, come cassiere alla Standa, poi in una catena di montaggio. Dal settembre 2003 al luglio 2006, quelli della scuola sono stati anni bellissimi, è stata una rinascita. Il Da Vinci è stata un’ottima scuola. Lì ho trovato ciò che non ho trovato alla scuola del mattino: l’adesione collettiva, compartecipata degli studenti. Persone provenienti dai contesti più disparati, fornaio, commessa, muratore, tennista agonistico, gente che desiderava la scuola, desiderava la conoscenza. Perché la conoscenza non era imposta, l’ambiente didattico non era un’imposizione. Quando si è ragazzi la si vive in un rapporto di completa verticalizzazione, mentre alle serali eravamo parificati, c’erano dibattiti, chiunque contribuiva alle lezioni di filosofia, anche chi rimaneva sulle sue a lungo andare prendeva parte ai dibattiti. Eterogeneità ma partecipazione. Amore disinteressato per le lezioni. La scuola ha avuto una funzione terapeutica. Dopo le serali mi sono iscritto a Ingegneria, e non in un’ottica utilitaristica di un lavoro, ma perché la vedevo come un connubio tra i problemi reali e lo studio teorico. All’inizio sono partito a razzo. Il primo anno ho dato otto esami su dieci, con una buona media. Poi ho rallentato un po’, perchè mi sono riallacciato alla vita. Mi sono riappropriato di ciò che mi era mancato nella fase buia. Ho trovato una ragazza, ho fatto il servizio civile, ho recuperato gli amici perduti. Oggi posso dirmi soddisfatto: mi mancano quattro esami alla laurea.