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Il custode di Barbiana

25 July 2012versione stampabile

Giancarlo Carotti, allievo e attuale custode della scuola di Don Milani a Barbiana, Vicchio nel Mugello.

Don lorenzo insegnava tutto. Quando impostò la scuola di Barbiana ne fece una scuola di vita, dove il motto era imparare e fare, e immediatamente dopo mettersi a costruire qualcosa. Questo qualcosa era l’integrazione della materia e dell’argomento che avevamo deciso di affrontare in ‘classe’. I grafici, gli strumenti fanno parte di quell’insegnamento: imparare e fare. Eravamo tutti in grado di fare una cosa e di portarla fino in fondo, di capirla tutti. Questo contribuiva tantissimo a far si che non ci fosse un primo o un ultimo della classe, perché non ci doveva essere. Al contrario di quello che avveniva e – ahimè – avviene nella scuola pubblica. Io sono nato a Barbiana, abbiamo fatto le elementari, qui vicino alla chiesa, era una pluri-classe, come era allora. La scuola di barbiana partì con in primi sei, perchè eravamo in sei ad aver finito la scuola elementare, anche se mai riconosciuta come scuola, fu l’unica scuola post-elementare di tutto il mugello fino al 1962, con la riforma della scuola che poi istituì la scuola dell’obbligo, la scuola media unificata. La scuola di don lorenzo era una scuola di vita con una cultura a 360 gradi, un’apertura mentale a 360 gradi, dopo diche ognuno entrava nella società, trovava la propria strada e conduceva una vita nel miglior modo possibile. Imparare più cose possibile, anche non perfettamente. Era una scuola senza voti, senza pagelle, senza programmi, campanelle, registri.

I programmi specifici venivano fatti un mese o due prima degli esami, perchè poi a un certo punto decidemmo di andare a dare gli esami da privatisti nella scuola pubblica. Per tutta la gran parte ell’anno era cultura. La parola che descrive tutto. Una cultura più ampia possible per far sì che tutti capissero e andassero avanti tutti insieme c’era questo motto dell’imparare e fare. Qui venivano affrontate tutte le materie. Noi, più grandi a un certo punto cominciammo a insegnare ai più piccoli, quando cominciarono ad arrivare dai comuni limitrofi, ragazzi che venivano cacciati dalla scuola pubblica, o che venivano bocciati continuamente. Questi alunni venivano portati per un orecchio a Barbiana, così lì, vedrai che don Lorenzo ti mette a posto, ti sistema lui. Pian piano siamo diventati 42, e fra questi c’era chi c’è stato due o tre anni, solo per prendere il diploma di terza media. Noi più grandi, i primi sei, ma anche altri, anche se nel 63-64 cominciammo ad andare a lavorare il sabato e la domenica eravamo qui. Abbiamo fatto tutto il percorso di don lorenzo, i 13 anni. Ognuno ha scelto la propria strada, ne parlavamo tutti insieme. Alcuni hanno scelto il sindacato, perché era quell’istituzione che tutelava i più poveri, gli oppressi. Michele, Agostino, Paolo hanno fatto questa scelta. Altri hanno fatto le magistrali per andare ad insegnare. Hanno durato poco nella scuola pubblica. C’è chi ha scelto la fabbrica. Io volevo rimanere tra gli operai, tra la povera gente, ho girato mezzo mondo. Sindacalista in fabbrica per otto anni, per la Cisl ho lavorato con tutti i disperati del mondo. Barbiana mi è servita nella fabbica metalmeccanica come ad altri è servita nella politica. Non si può riprendere un pacchetto della scuola di Barbiana e applicarlo alla scuola pubblica italiana. Però molte cose si possono portare. Il problema è che non si vuole.

La scuola italiana viene distrutta un po’ ogni giorno. Perchè la scuola, per chi è al potere, deve rimanere a questo livello. Il potere ha bisogno di una massa di ignoranti, ha bisogno di mediocrità. Io dico a tutte le scolaresche che vengono qui, e negli ultimi quattro anni ne sono venute ottocento, dico agli studenti e agli insegnanti, non vi aspettate che siano i ministri della Pubblica Istruzione a fare una scuola come vorreste voi. Alcuni insegnanti e alcuni ragazzi, bisogna che la contestazione civile parta dal basso. Noi abbiamo diritto a una scuola diversa, perché la scuola è il futuro di ogni Paese. Per non perdere più quegli allievi che Don Milani non voleva rimanessero indietro ci vuole una scuola diversa, degli insegnanti che credono. Bisogna saper insegnare. Insegnare a quei ragazzi a cui basta uno schiocco di dita per imparare, o che non hanno bisogno di fare compiti a casa, è facile per tutti, non importa essere un grande prof. L’insegnante vero e proprio è proprio quello che sa prendere per mano l’ultimo della classe, portarlo insieme agli altri e andare avanti insieme. Con parole diverse, con strumenti diversi, come veniva fatto a Barbiana. Questo si può fare tranquillamente nella scuola italiana.