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Intervista a Marco Rossi Doria, sottosegretario all’Istruzione

25 July 2012versione stampabile

Intervista a Marco Rossi Doria, sottosegretario all’Istruzione

Come sta definendo il governo concretamente e nel dettaglio il piano per la lotta alla dispersione scolastica?

Attraverso la riprogrammazione dei fondi europei non ancora spesi dalle Regioni dell’Obiettivo Convergenza (Campania, Calabria, Puglia e Sicilia) abbiamo investito 25 milioni di euro per la realizzazione di oltre 100 prototipi per la prevenzione e il recupero della dispersione. Nel concreto, una scuola capofila di una rete corta di soggetti del territorio (altre scuole, enti locali, associazioni del terzo settore, società sportive, parrocchie, artigiani e imprese, ecc.) può partecipare al bando che a settembre proclamerà i vincitori del finanziamento. Le 100 microaree vengono scelte incrociando indicatori sulla povertà delle famiglie con quelli sul fallimento formativo e sulla dispersione scolastica- fattori che sappiamo essere strettamente correlati- per poi includere anche una valutazione dei fattori di empowerment, cioè la presenza di esperienze presenti o passate in quel territorio per il contrasto alla dispersione. A questo finanziamento si aggiungono 77 milioni di euro del PON Sicurezza destinati, in molte di quelle stesse 100 microaree, alla realizzazione o implementazione di centri sportivi, laboratori musicali, spazi di aggregazione giovanile. Sappiamo che offrire più opportunità nelle zone a rischio riduce l’illegalità diffusa e sviluppa le potenzialità dei ragazzi anche a scuola.

Il sottosegretario all'Istruzione Marco Rossi Doria

In un articolo a sua firma di qualche tempo fa sulla Stampa, lei esortava a tornare a Barbiana per ‘guarire la scuola malata’. Non ritiene che il sistema educativo italiano abbia fallito la sua missione, se quasi cinquant’anni dopo il problema della scuola è sempre quello lamentato da don Milani, ovvero gli allievi che perde?

La missione della scuola italiana è cambiata nel tempo. All’inizio l’obiettivo era sconfiggere l’analfabetismo di massa. Un problema superato nei primi decenni del Novecento. Così come la sfida di garantire gli stessi livelli di istruzione per uomini e donne. Negli anni ’60 è diventata scuola di massa. Negli anni successivi c’è stata una rivoluzione pedagogica che ha posto il bambino al centro dell’apprendimento, la riforma della scuola media unica del 1962 ha spalancato le porte dei più alti gradi dell’istruzione anche a chi partiva svantaggiato. Insomma, le cose sono cambiate continuamente e la scuola è cambiata a sua volta. La dispersione scolastica è in diminuzione da circa vent’anni. Stiamo migliorando, stiamo cambiando. Ma troppo lentamente e non abbastanza per stare al passo con il resto d’Europa e soprattutto per eliminare quelle sacche di esclusione multifattoriale che riguardano alcune zone del Paese, alcuni quartieri delle grandi città, in modo particolare quelle meridionali. C’è poi un problema sempre presente, ma che si è gravemente accentuato dall’inizio degli anni Novanta, che riguarda lo scarso peso della scuola nei processi di mobilità sociale. La soluzione di questi problemi passa attraverso politiche per l’inclusione e attraverso un nuovo grande cambiamento della scuola, nel segno della flessibilità e della personalizzazione della didattica.

A Barbiana, un ex allievo di don Milani, Giancarlo Carotti, ci ha detto che il potere non vuole una classe sociale istruita, ed è anche per questo – secondo il suo giudizio – che si è consentito al sistema pubblico di perpetuare un’istruzione fondata sulla mediocrità. Condivide questa affermazione?

Il potere in Italia – anche quello locale- ha spesso contato sulla perpetrazione delle situazioni di dipendenza assistenziale e di forte esclusione economica e sociale per poter riprodurre meccanismi clientelari da tradurre in consenso elettorale. Sono fenomeni ampiamente studiati. Altre volte, invece, ha provato a promuovere maggiore equità. Il potere non è un Moloch mitico, è multiforme, complesso. Comunque è vero che l’agenda politica è ancora oggi chiamata a spezzare il legame fra povertà e povertà di istruzione, per emancipare intere aree del Paese dalla condizione di sottosviluppo in cui si trovano, promuovendo anche maggiore crescita economica.

Ma le criticità della nostra scuola sono dovute anche a un’idea tutta italiana, quella che ci sia un solo tipo di sapere “nobile”: quello umanistico classico. Tutto il resto è considerato di serie B. Questo crea confusione, rende scuole importantissime, come gli istituti tecnici e professionali, seconde scelte, retrocessioni. E’ difficile competere a livello globale puntando soltanto su alcune forme della conoscenza. E così si sprecano tante potenzialità, tanti talenti anche creativi e molte occasioni di sviluppo- basate sulla forte integrazione tra apprendimento, scienza applicata, tecnologie, produzioni- che invece sono molto curate in altri Paesi.

Però vorrei dire che tutto questo, anche se lentamente, sta cambiando: tantissime scuole professionali lavorano in modo eccellente fornendo una preparazione vera agli studenti, tante Regioni hanno una formazione professionale che funziona. Restano da colmare divari territoriali e da costruire alcune costanze del sistema, che diano continuità nel tempo alle buone pratiche.

La riforma presentata dal ministro Francesco Profumo, seppur ancora non definitiva, muove attorno al fulcro del merito. Non crede che un premio allo studente più bravo possa demoralizzare e disincentivare quello meno bravo, approfondendo ulteriormente la divaricazione tra i più e i meno bisognosi di attenzione didattica e pedagogica, a detrimento dell’equità scolastica?

Il Ministro ha parlato di una serie di misure per la valorizzazione dell’impegno e delle capacità, aprendo un dibattito interessante nel Paese su cosa significhi il merito nelle scuole. Non credo che premiare lo studente bravo debba significare dedicare meno attenzioni al raggiungimento del successo formativo per gli studenti più in difficoltà. Anzi. Credo che queste due cose debbano stare insieme così come affermato dall’articolo 34 della Costituzione: la scuola è aperta a tutti. Quindi, mentre facciamo di più per non perdere nessuno lungo il percorso, dobbiamo anche occuparci di fornire più opportunità per i capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi. A scuola e fuori dalla scuola. In Italia manca una vera cultura del merito, anche nel sistema scuola, in grado di riconoscere i punti deboli e i punti forti, dal singolo studente, al gruppo classe, ai docenti, ai dirigenti, fino ai Sottosegretari e al Ministro.

Il Piano di coesione, nel capitolo dedicato alla dispersione, prevede fondi e azioni per il Mezzogiorno. Perché sono state escluse aree analoghe in altre regioni italiane, che meriterebbero invece identica attenzione? Prendo a esempio il quartiere romano Laurentino 38, dove il tasso di dispersione nell’età dell’obbligo raggiunge il 38 per cento, e l’analfabetismo il 3,5 per cento.

Il Piano d’Azione Coesione si avvale dei fondi europei non ancora spesi destinati alle Regioni dell’Obiettivo Convergenza: Campania, Calabria, Puglia e Sicilia. Dunque è con queste Regioni che si stanno programmando gli interventi contro la dispersione, che peraltro ha il suo record proprio in Sicilia, Puglia e Campania. Il problema della dispersione riguarda in misura significativa anche la Sardegna- stiamo valutando insieme al Ministro Barca l’estensione a quest’isola di alcuni interventi- e le grandi città del Centro Nord, ad esempio Milano e Torino e, come lei dice, alcuni quartieri di Roma. Il lavoro che stiamo impostando può essere un’ottima base di partenza, se dimostrerà di funzionare, per l’estensione di questi prototipi anche al resto d’Italia. Bisognerà trovare le risorse per questo.

Anche lei, a sua volta ragazzo ‘vivace’, è poi diventato un esperto consulente sulle problematiche legate al disagio giovanile. Come sono cambiate le forme della disaffezione scolastica – e come sono cambiati gli alunni – dagli anni del suo insegnamento come maestro di strada a Napoli?

Ho insegnato a Napoli fino a pochi anni fa, dunque immagino che non sia cambiata così tanto la situazione. Quando ero ragazzo io, molte cose erano diverse: i rapporti familiari, la socializzazione, che avveniva dappertutto, per strada, nel quartiere. Poi è cambiato l’apprendimento: i ragazzi oggi hanno molte più cose da imparare e molti più modi per farlo. Però la loro conoscenza del mondo è spesso mediata dalla tecnologia e dai media. Noi imparavamo il vento facendo volare gli aquiloni che sapevamo costruire. I ragazzi di Barbiana erano poveri, ma sapevano chi erano – avevano un’identità ed erano radicati nei luoghi – e sapevano fare delle cose, il lavoro in bottega o in campagna. I ragazzi delle strade di Napoli non hanno queste caratteristiche. Faticano a sapere chi sono, hanno radici deboli, passano le giornate davanti alla Tv.

C’è poi una rivoluzione antropologica in atto, pari soltanto al momento in cui qualcuno scrisse dei segni su una tavoletta cinquemila anni fa. La rivoluzione digitale cambia completamente modi e tempi dell’apprendimento. A volte i ragazzi sanno fare delle cose e noi non ce ne accorgiamo, perché nemmeno capiamo di cosa si tratta e a cosa serve.