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Le serali del Da Vinci, un modello di successo

25 July 2012versione stampabile

Stefania Miliani insegna da oltre trent’anni ai corsi di recupero serali dell’Itis ‘Leonardo Da Vinci’ di Firenze.

Siamo in dirittura d’arrivo, dopo oltre trent’anni di insegnamento. Tracciare un ritratto degli studenti che ho incontrato non è facile. Posso dire che chi si iscriveva al serale non voleva un diplomuccio da spendere per qualche concorso. Voleva tornare a scuola e far le cose per bene. La scuola per loro era un sogno interrotto. A volte un lutto, a volte un trasferimento, hanno determinato l’abbandono della scuola dell’obbligo. Molti dei nostri iscritti sono immigrati che si sono messi a lavorare presto. Poi ci sono gli adulti, quelli tra i trenta e i quaranta-quarantacinque anni. Sono tornati perché ce li hanno ‘spinti’ i figli. Quando si sono trovati a fare i compiti con i figli, hanno percepito la loro ignoranza. Sono tornati, si sono sentiti appagati, hanno acquistato anche un ruolo nuovo come genitori.

Stefania Miliani e Lorenzo Martelli, docenti all'Itis

 

Alle serali vengono studenti che alle superiori si son trovati male. Sono stati bocciati perché problematici, ribelli. Hanno voluto iniziare a lavorare, poi si son resi conto delle difficoltà, della fatica, del precariato, e son tornati indietro. Io mi sono fatta l’idea che la scuola della mattina richieda una certa mediocrità al corpo studente. Vengono espulsi anche dei bravissimi cervelli, solo perché sono cervelli fuori dal coro. Si tende a richiedere mediocrità anche di risultati: il ragazzino va, studia quello che deve studiare, prende sei o sette, va avanti tranquillo, ed è accolto. Il ragazzo curioso, un po’ indisciplinato, vivace, con una personalità più spiccata, insofferente alle cose ‘noiose’ – che a volte sono davvero noiose – ecco, per questo ragazzo è raro trovare un insegnante che lo valorizzi, che trovi nel suo atteggiamento qualcosa da poter sviluppare, da poter coltivare. Spesso si fa il contrario. All’inzio, ragazzi che vengono con modi strafottenti, arroganti, provocatori, magari anche per sfida, per metterci alla prova, sbatacchiano la porta, dicendo ‘io non mi siedo sulla sedia, mi siedo sul banco’, oppure ‘voi insegnanti siete tutti uguali’ dopo un po’ cambiano idea.

Qui trovano un ambiente completamente diverso dalla ‘scuola di mattina’. Qui non c’è quel rigore, ma una grande disponibilità, tanta pazienza, elasticità di orari. Alla ‘scuola di mattina’ c’è anche più burocrazia, tre compiti a quadrimestre, tre interrogazioni. Da noi questa pressione non esiste.

All’inzio c’erano più adulti: un vigile prendeva il diploma per diventare ufficiale, un infermiere per entrare al corso professioale, c’erano esigenze di lavoro, persone forse più in difficoltà, più stanche, con meno memoria, ma fortemente motivate. Venivano qua e un minuto dopo la campanella dicevano: si comincia? Se qualcuno scherzava troppo, faceva un po’ il bischero, gli veniva detto: oh, tu c’hai fatto ridere, ora basta. Pian piano la scuola serale ha cominciato a raccogliere l’abbandono di ragazzi bocciati nella ‘scuola di mattina’ due-tre volte, o casi di persone che la scuola ha allontanato perché non ha avuto la pazienza o mezzi per cercare di recuperarli.

I nostri studenti devono sostenere un esame di Stato. Fanno prima-seconda, a giugno l’esame alla scuola statale, poi si riscrivevano da noi e rifacevano terza-quarta. L’esame finale, quello di maturità, ci spingeva a lavorare al massimo. Le serali non erano all’acqua di rose, come si può pensare. Noi stessi eravamo giudicati, se bocciavano la responsabilità era anche nostra. C’era chi all’inizio non apriva bocca, scioccato dalla scuola di mattina. Molti non avevano alcuna fiducia. Una mamma ha portato qui due figli, bocciati alla statale, maschio e femmina, con una crisi finale aggressiva: avevano litigato col preside, rovesciato scrivanie. La madre è arrivata qui con una tale aggressività… ‘Voglio vedere se almeno qui alla serale prendono il diploma di liceo scientifico. Piano piano si sono tranquillizzati. Alla fine si è iscritta anche lei. Voleva accompagnarli, prendere il diploma. Io le ho detto: accompagnerò i tuoi figli per mano anche all’esame. Hanno fatto qui il liceo, terza-quarta, li abbiamo accompagnati all’esame, sono stati promossi benissimo, hanno fatto la quinta alla scuola di mattina. Sono andati egregiamente. La ragazza sta facendo Medicina. Il ragazzo invece fa ingegneria. La mamma ci ha scritto una lettera, a noi e all’assessore, dicendo: voi mi avete fatto riappacificare con l’istituzione scuola. Un bel complimento. Una cosa bella, via. Qui i suoi figli non hanno mai avuto un momento di scontro, erano tranquilli, rilassati.

Siamo stati un modello di successo. Un anno abbiamo avuto così tanti iscritti che abbiamo dovuto riservare solo posti ai residenti. Poi anche le statali hanno aperto i loro corsi, e le comunali sono declinate. In Italia negli anni ’80 c’eravamo solo noi, Bologna e Milano. Facevamo due anni in uno: prima-seconda e terza-quarta, poi la quinta normale. Il percorso della maturità era in tre anni. Il Comune non ha più soldi, e i corsi chiudono. Da quest’anno abbiamo aperto bienni di prima-seconda, dall’anno prossimo avremo solo prima-seconda, terza-quarta e la quinta la faranno alle Statali serali (marketing, ambiente e territorio sostituiranno ciò che erano qui ragioneria e geometri). Perché? Perché l’amministrazione fiorentina ha scelto di non occuparsi di cose che spettano allo Stato, come la scuola superiore, quindi… Quindi noi dovremo andare a insegnare altrove. In carcere, per esempio. O passeremo a fare gli impiegati comunali. Senza soldi non si fa molto. Così si spezza un iter didattico già avviato e si va contro ogni filosofia di lotta contro la dispersione. E’ un peccato. Anzi, è una tragedia.